Caro Ali.
Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.
Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.








