1 Luglio 2026

Altro Adige. Un appello per il Trentino in vista del 2028

 

di Federico Zappini

Più di vent’anni fa – a ridosso del G8 di Genova, di cui tra poco ricorreranno i venticinque anni – esisteva da queste parti Altro Adige, piattaforma web che metteva in rete persone e organizzazioni dal cattolicesimo di base al mondo sindacale, passando per movimenti e partiti. Lo faceva attorno a temi già allora urgenti: l’opposizione alle guerre, la preoccupazione per la crisi ecologica e migratoria, la fragilità delle strutture democratiche e l’ampliarsi delle disuguaglianze. Quell’agenda non ha perso di attualità. 

In un certo senso abbiamo bisogno di un nuovo Altro Adige – inteso come spazio per lo studio e la semina paziente, abitudine all’elaborazione in comune – in vista delle elezioni del 2028. Un esperimento di ascolto e convergenza, territorio per territorio, per dare sostanza e credibilità a una proposta politica.

27 Giugno 2026

La crisi climatica, le elezioni anticipate, il caldo “eccezionale” e l’urgenza di una chiave di lettura

di Ferdinando Cotugno *

Sarà un autunno di importanza non trascurabile (e noi non la trascureremo). Ci sarà la Cop31 in Turchia, che arriva sull'onda di aspettative politicamente scariche, è vero, dopo l'anticlimax di Belém, sull'onda di una serie di procrastinazioni (Baku che ha rimandato i suoi compiti a Belém, che ha a sua volta rimandato ad Antalya, le roadmap che generano altre roadmap), ma anche dell'energia di Santa Marta, una prima verifica se il modello a coalizioni può avere degli effetti. E poi nella Turchia meridionale saremo a non grande distanza dallo stretto di Hormuz, la perfetta infografica globale sull'elettrificazione come forma più efficace di sicurezza energetica.

23 Maggio 2026

Non si libera un popolo con le bombe

Sulla guerra, la voce di un iraniano che “scelse l’esilio e la coerenza della verità sopra ogni slogan”

di Kamran Babazadeh

(3 marzo 2026) Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

17 Maggio 2026

Il vuoto che mi è rimasto. Ad un anno dalla scomparsa di Ali Rashid.

Caro Ali.

Nella mia vita si è aperto un vuoto. A pensarci bene, ben più di uno. Ma quello di cui parlo, lo avverto più di frequente, malgrado la vita ci avvolga spingendoci in una quotidianità sempre più di corsa ed affannosa, negli impegni che non riusciamo ad evitare e che spesso ci sembrano ripetitivi e vuoti, nella consapevolezza sempre maggiore che di tutto quel che ci possiamo inventare resterà ben poco.

Ciò nonostante ti ritrovo, pressoché quotidianamente, nelle tracce del mio piccolo mondo, in quella che era la tua stanza nella casa di campagna dove venivi a staccare la spina; nell'imbattermi nella tua tuta da ginnastica rimasta fra le mie, così improbabile nella tua impeccabile eleganza; nel comino nero che mi portavi perché “cura ogni malattia tranne la morte”; nel tappeto che acquistammo in un villaggio berbero in Marocco, dopo una conferenza a El Kelâat Es-Sraghna, una settantina di chilometri da Marrakech verso le montagne dell'Atlante. Oppure, ancora, quando stappo una bottiglia di Carignano del Sulcis, raccontando ai miei ospiti che quello è il vino più prossimo a quello delle nozze di Cana, dove pure andammo alla ricerca di vitigni antichi per poi scoprire insieme che li avremmo dovuti cercare nel cuore del Mediterraneo, dove i fenici provenienti da Gaza li avevano disseminati. E qui si potrebbe aprire tutta una storia che, in questa breve nota, non c'è il tempo di raccontare.

17 Maggio 2026

Dolomiti energia: il coraggio di immaginare

di Federico Zappini *

Il dibattito sulla quotazione di Dolomiti Energia invece di aprirsi sulle grandi questioni che la scelta sottende rischia di chiudersi su se stesso. Chi chiede più riflessione viene descritto come portatore di pregiudizi ideologici, resistente al progresso. Come se esistesse un’unica possibilità e il compito della politica fosse semplicemente di ratificarla. Se si approfondisce però la questione ci si rende conto che ha a che fare con il tipo di comunità che il Trentino (o un brano di arco alpino) vuole essere nei prossimi decenni, della capacità delle sue classi dirigenti di immaginare traiettorie originali in un’epoca segnata dall’incertezza e dall’obbligo di accompagnare la transizione ecologica alla giustizia sociale.

Dolomiti Energia è l’eredità di scelte compiute riconoscendo nelle risorse naturali — l’acqua, le montagne — un patrimonio collettivo da gestire nell’interesse del bene comune, presente e futuro. Quella scelta si fondava su una filosofia: le grandi infrastrutture che plasmano la vita economica e sociale di una comunità devono rimanere in mano pubblica perché il mercato risponde a logiche di profitto immediato, e non necessariamente collettivo, mentre lo sviluppo comunitario ha bisogno di orizzonti più lunghi.

15 Maggio 2026

Ali Rashid, il suo ultimo messaggio e quell’ulivo che brucia

Ali Rashid, il mio amico Ali, mio fratello Ali, non è più fra noi. Il suo cuore malandato si è fermato, non ce l'ha fatta a reggere oltre il dolore di una terra, la Palestina, per la quale aveva speso una vita.

Qualche giorno fa Ali mi aveva inviato le immagini di un ulivo millenario che bruciava da ore alimentato dal vento, anch'esso vittima designata della tragedia che si andava consumando nella Mezzaluna fertile per togliere di mezzo, con il genocidio della sua gente, anche le tracce della sua storia.

Quell'immagine rappresentava, non so quanto inconsapevolmente, il suo ultimo atroce messaggio, un editoriale senza parole perché tutte quelle possibili erano già state consumate. Il mio dolore è grande, caro Ali, alleviato solo dall'immaginare che il tuo corpo stanco ha finalmente trovato pace. 

 

§§§

 

Riporto la riflessione che Ali scrisse mesi fa di fronte al nuovo tragico capitolo di una guerra infinita nella sua terra.

 

Eppure una volta eravamo fratelli.

di Ali Rashid

(un numero insopportabile di morti fa) Corre il tempo e cambiano le idee, i concetti fondamentali e i significati. Come fosse arrivato a compimento la negazione di ogni valore! Dio è morto. Viva l’eroica morte, giusto l’annientamento del “nemico”. Dilaga il nichilismo e trionfa la tecnica.

Vivono in me i racconti di mio nonno. Andava a Safad in Galilea per comprare un fulard di seta dalla comunità ebraica sfuggita all'inquisizione in Portogallo, avevano imparato la tessitura della seta dagli arabi in Spagna.

Mi ricordo di Khaiem, socio di mio nonno in una cava vicino a Gerusalemme. Khaiem non ha potuto salvare la mia famiglia dalla pulizia etnica, ma continuò a mandare alla nostra famiglia in esilio la parte del guadagno dell'impresa finché non morì.

Non ho notizie dei figli di Khaiem, ma ho seppellito mia sorella in Norvegia, un fratello negli Stati Uniti, un mio caro e stimatissimo zio una settimana fa a New York, mentre la salma di mio nonno giace in un anonimo cimitero di Amman.

19 Aprile 2026

Per uscire dall’era del fossile

Al via la Conferenza internazionale di Santa Marta (Colombia)

di Ferdinando Catugno *

(18 aprile 2026) Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull'abbandono delle fonti fossili. Il clima incoraggia le simbologie, questa lotta funziona come una saga, e allora, se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città simbolo delle sue esportazioni di carbone per parlare di come far finire l'era del carbone (e del petrolio, e del gas), in questo incontro internazionale di cui parliamo da mesi e che finalmente comincia il 24 aprile, si chiude il 29, ed è allo stesso tempo fuori contesto e perfettamente inserito nel contesto, quando per contesto intendiamo la più grande crisi energetica della nostra storia fossile. La crisi dello stretto di Hormuz è il red wedding dell'energia.

Quindi ci sono due letture possibili. La prima è che è da pazzi organizzare una conferenza del genere mentre il mondo è occupato a capire se ci saranno una recessione globale, una guerra non-più-regionale o la fine delle democrazie per come le conoscevamo, ma forse – ed è questa la seconda lettura – proprio per questo motivo non c'è momento migliore per ritrovarsi a Santa Marta a parlare di come farla finita con le fonti fossili di energia (e Areale ci sarà).

21 Marzo 2026

Il Sole sepolto nella profondità della Terra

di Soheila Javaheri *

 

Guardami pellegrino,

Guardami a lungo,

Affinché io possa interessarti1


Come si può narrare un ciclone standoci dentro? Immagini che si trascinano una sull'altra, sovrapposizioni, suoni, silenzi, distorsioni… Grida, labirinti… Forse Reza Negarestani con la sua lungimiranza visionaria è riuscito a vederlo con chiarezza e a raccontarlo. Diciotto anni fa Negarestani ha scritto una lettera aperta per il ciclone “Cyclonopedia. Complicità con materiali anonimi”2, una narrativa tra il saggio e il romanzo che crea l’enigma, aprespazi per il pensiero senza cercare risposte, capace di suscitarmi allo stesso tempo sia fascino che timore. Mi fa paura perché fin dalla prima volta mi è sembrato di leggere un manifesto del futurismo, con la sua velocità di taglio e la sovrapposizione di immagini, l’andare oltre i saperi antichi e quelli vicini, lo scorrere tra Haftvad e Hamadani a Gilles Deleuze e Félix Guattari in un lampo, Reza Negarestani sorprende, porta la notizia di strati di energie represse e soffocate e soprattutto parla delle frequenze nella profondità della terra, parla del tellurico.

Il dolore ha toccato l’osso sta volta,

- Madre, come state?

La prima volta mio padre mi ha portato là. Mi leggeva le poesie di Umar Khayym3.

19 Marzo 2026

Che me ne faccio dell’Intelligenza Artificiale…

«L'intelligenza artificiale e i recenti sviluppi tecnologici si basano sull'idea di un essere umano senza limiti, le cui capacità e possibilità si potrebbero estendere all'infinito grazie alla tecnologia. Così il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di sé stesso». 

Papa Francesco, Esortazione Apostolica Laudate Deum

 

L'amico Tonino Perna, fratello con il quale ho condiviso una vita di impegno fra il Mediterraneo e le sue sponde divenute approdo di culture, saperi, lingue, civiltà e umanità, mi ha inviato nei giorni scorsi questo grido di dolore che vorrei di condividere con i lettori di questo blog. Quanto accade intorno a noi è motivo di dolore, inquietudine e senso di impotenza. Le guerre sono diventate, senza remora alcuna, lo strumento normale per far valere gli interessi dei più forti. Le nazioni sono ritornate ad essere l'ossessione che vorrebbe giustificare il primato di qualcuno di fronte all'ormai evidente limitatezza delle risorse. Le regole del diritto internazionale vengono stracciate in nome di un presunto scontro di civiltà, senza comprendere che ciascuno è l'esito dell'incontro con l'altro. Mentre la complessità delle crisi e il loro intrecciarsi richiederebbero risposte che solo un cambio di paradigma ci può offrire. Invece prevalgono la barbarie e il sopruso, il cinismo e la tecnoscienza. E l'abisso si avvicina. Lo so, c'è anche dell'altro. Ed è quello al quale ognuno di noi, avvertendone comunque una responsabilità generazionale, cerca di fare con il proprio impegno quotidiano. E' in particolare in questi momenti che la poesia ci può venire in aiuto ed è per questo che le parole di Tonino possono contribuire a scuotere le coscienze. (m.n.)



Che me ne faccio della Intelligenza Artificiale

se sono diventato un animale 

violento, cinico, feroce

che non ha più pietà per l’uomo in croce.

 

Che me ne faccio dell’Intelligenza Artificiale...

 

 

 

12 Marzo 2026

La guerra in Iran e il disprezzo per la propria gente

Ricevo questa riflessione che trovo puntuale e necessaria. 

di Tahar Lamri *

C'è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l'Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L'intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: "Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne" e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l'opposizione alla guerra.

Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall'esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata.

Ma al di là della psicologia coloniale, c'è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese.

13 Febbraio 2026

L’ultima voce per la Palestina

di Raniero La Valle

Cari amici,

la richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne raccontava l’esistenza sulla terra.

Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’“asse” con Roma.

6 Febbraio 2026

Lo sport, il corpo, la bellezza, l’eros e le macerie olimpiche.

di Diego Cason *

Lo sport è un fenomeno sociale e culturale che mostra i tipi e la qualità delle relazioni collettive di massa, che manifesta gli stili di vita e di comportamento. È un’attività economica che produce e consuma merci di diverso tipo e valore. È anche passione popolare, miglioramento tecnologico e delle prestazioni, competizione agonistica, spettacolo, festa, gioco. La pratica e il consumo di sport risponde a bisogni umani relativi all’uso del tempo “libero”, posto (apparentemente) fuori dalla coazione lavorativa, professionale e sociale quotidiana. Lo sport ha una forte valenza libertaria legata a una visione ludica del tempo. Questa è la sua immagine dominante che ha una formidabile potenza evocativa e un conseguente fascino.

Lo sport ha, però, altre funzioni molto importanti in una società. Ad esempio, la capacità di creare consenso politico e una esorbitante forza propagandistica. È anche uno strumento con il quale si esibisce il proprio status sociale; la pratica e l’interesse per alcuni sport certificano l’appartenenza a classi e ceti sociali diversi. È uno strumento di catarsi del conflitto sociale e formidabile aggregatore di passioni identitarie. Un fenomeno di grande rilevanza materiale, simbolica e affettiva.