di Tomaso Montanari *
Mio Dio, prendi tutto | e lasciaci vicino al nostro mare
qui | vicino alle tombe dei nostri cari | qui | e alle nostre case qui.
Non ci assentiamo, | rimarremo vicini.
Prendici se vuoi… lasciaci se vuoi | quando vuoi, come vuoi
non siamo lontani dall’occhio del tuo cuore |oppure…,
oh, Dio, | sii la nostra muraglia:
non sfuggiremo, quando scenderà la notte, | alla nostra morte.
Mai come in questo 2 giugno 2025 ci sente remoti da una Repubblica che dovrebbe ripudiare la guerra, ma ancora festeggia la sua Costituzione facendo sfilare i carri armati sulla via fascista dell’impero coloniale. Se il linguaggio tronfio e grottesco del potere appare di questi tempi ancora più ripugnante, è quello della poesia a restituirci dignità.
Perché, come scrive Franco Marcoaldi nella sua ultima, mirabile raccolta poetica (Una parola ancora, Einaudi): “L’unica cosa buona dell’assoluto | caos in cui siamo finiti | è la misera fine dei pigri | cliché dei tempi andati: il Bene, | il Male, la Patria, l’Occidente. | Parole passe-partout che ormai | non aprono piú niente. Parole | cieche, sorde, disossate. Buone | soltanto per tornei, marce, | caroselli, ridicole parate”. Semmai qualcosa è capace di ridare un senso a quelle parole vuote non si trova certo dalle parti della ripugnante parata del 2 giugno, no. Ma semmai a Gaza: dove il Male è visibile, a occhio nudo. E dove perfino la parola ‘patria’ può recuperare un senso.












