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Se abbiamo già parlato dei predatori (così li chiama Giuliano Da Empoli) che sono disposti a sacrificare IL Mondo o si dicono pronti a colonizzare altri Mondi nel momento del bisogno, ora dobbiamo concentrarci su chi vorrebbe invece occuparsi della costruzione dell’alternativa all’esistente.
Lo slogan “blocchiamo tutto” che negli ultimi mesi accompagna le mobilitazioni in solidarietà a Gaza è – a mio modo di vedere – il grido che meglio rappresenta l’urgenza di interrompere il fluire apparentemente senza soluzioni di continuità degli eventi, siano essi massacri di guerra, disastri ambientali, ingiustizie sociali. Se le organizzazioni politiche dimostrano di non voler “tirare il freno d’emergenza della Storia” (così lo chiamava in maniera profetica Walter Benjamin) non sorprende che le comunità decidano di autorganizzarsi invocando e in un certo senso quasi imponendo la pratica dello sciopero.
I vuoti (in fisica come in politica) raramente rimangono tali e finiscono per essere riempiti da quelle spinte sociali che più sanno elaborare e sviluppare il proprio desiderio prevalente. Vale per il rafforzamento diffuso di movimenti e partiti nazionalisti e conservatori, così come per l’ampliarsi dell’impatto dell’astensionismo nelle diverse tornate elettorali, da intendersi ormai come una resa (o una fuga) più che una protesta. E’ così anche per le moltitudini che in queste ore esprimono la loro indignazione riempiendo con i loro corpi le strade e le piazze. Bloccando tutto, chiedendo contestualmente di poter ripartire in direzione diversa.
I movimenti – nella storia e anche in questo caso specifico – sono spesso stati capaci di intuire e intercettare sentimenti e tensioni al cambiamento che altrimenti non avrebbero trovato sbocchi attraverso cui esprimersi. A chi ancora crede, e io sono tra questi, che il ruolo della Politica sia quello di saper vedere e immaginare ciò che ancora non c’è – di saper costruire Mondi desiderabili e giusti lì dove tutto sembra destinato a crollare – spetta il compito prioritario di non disperdere quest’energia politica montante, la disponibilità alla radicalità trasformativa che la attraversa, la richiesta impellente di restituire speranza a un futuro che ci sembra precluso, tanto dentro l’assedio e il genocidio di Gaza, quanto in ogni angolo (e dentro ogni argomento in agenda) di questo affaticato Pianeta.
E’ una sfida enorme – e tutt’altro che agevole – perché ci si muove controvento e perché un Mondo nuovo nasce solo se decidiamo di farlo succedere, mollando gli ormeggi e percorrendo rotte inedite rispetto a quelle che ci hanno condotto fin qui.
da https://pontidivista.wordpress.com/

