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Ma che statalisti questi tecnici

Ma è facile profezia: Regioni ed enti locali pagheranno il conto (e più "virtuosi" sono, più proporzionalmente salato sarà) mentre poteri più forti o comunque più autonomi rispetto a quelli politici centrali troveranno certo il modo di "correggere" la spending review. E con qualche buona ragione. Alcune delle sedi di tribunale da rottamare sono state costruite l’altro ieri! E se risultano oggi inutili occorrerà che qualche Corte dei conti indaghi su simili sprechi (o sulla propria stessa incapacità di indagare). E quelle che restano presentano strutture adeguate per assorbire personale e funzioni delle soppresse? Esiste un simile calcolo? Logica vorrebbe che una tale verifica fosse il presupposto del decreto.

Perché presentare come una decimazione la riduzione del personale nella Pubblica amministrazione? Solo difetto di comunicazione? Se è così, è tanto macroscopico da superare quello di Brunetta nei suoi giorni migliori. Si ha una pallida idea dei conflitti, dei sospetti, degli arbitrii, delle frustrazioni, della carica demotivante che la sua applicazione può generare in un ufficio? Si pensa così di aumentarne la produttività? Può immaginarlo soltanto chi non ha mai varcato la soglia del più piccolo dei Comuni.

E perché non si è proceduto alla trasformazione di tutte le partecipate comunali in società a amministratore unico, eliminando consigli di amministrazione e migliaia di nomine tutte politiche? Risparmio e pulizia etico-politica, invece della "grida" manzoniana sulla loro abolizione tout court. Con quali procedure? Quali tempi? Pure a costo di svendere? Perché anche qui, come per le Provincie, mezze misure, che per natura assommano i vizi delle estreme? Forse a causa di veti politici che i nostri "tecnici" sembrano propensi ad avvertire quanto hanno avvertito quelli di lobby e corporazioni in materia di liberalizzazioni?

E a proposito di vendite di asset pubblici, logica (e forse anche un po’ di giustizia) vorrebbe che prima di decretare dall’alto dei colli romani sul destino delle proprietà degli enti locali, il governo procedesse alla dismissione del suo patrimonio: Eni, ad esempio, perché per mamma Rai solo l’idea sembra troppo audace.

Si potrebbe continuare. Ma la morale è semplice e drammatica. Il senso di questi provvedimenti, al di là degli effetti finanziari immediati, va in una direzione che contraddice in toto quel discorso di autonomia, responsabilità, progressivo smantellamento della costruzione burocratico-ministeriale-centralistica del nostro Stato che sembrava aver iniziato a permeare la cultura politica del nostro Paese. Le dinamiche della crisi ri-centralizzano ogni decisione in modo esasperato. Riportano a un modello organizzativo e amministrativo obsoleto trent’anni fa. Almeno prendiamone coscienza, se vogliamo sopravvivervi.

da l’Espresso.it

1 Comments

  1. stefano fait ha detto:

    sì, ottima idea, continuiamo a svendere i beni comuni (perché il patrimonio dello stato è un bene dei cittadini, per chi se ne ricorda ancora) ai privati per permettere ai governi di fare altri bail out delle banche europee, ossia le stesse beneficiarie delle privatizzazioni.
    Davvero un’eccellente idea.
    Cacciari c’è o ci fa?