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Essere a Belgrado in un momento tanto speciale, mentre la nostra opinione pubblica rincorre i fantasmi della paura e della difesa del proprio status fino a credere che ci si possa difendere dalle incognite reali del nostro tempo destinando centinaia di miliardi di euro per armarsi, rispolverando quel principio di deterrenza che della corsa agli armamenti atomici (e di una guerra fredda che non ha impedito decenni di guerre in ogni angolo del pianeta) era stato l’orizzonte, è stata una scelta della quale sono orgoglioso.

E quanto meno contro corrente. Perché oggi come nel recente passato, di quel che avveniva nel cuore balcanico dell’Europa e di quel che sta ancora avvenendo nelle sue parti più vulnerabili, proprio non se ne cura praticamente nessuno. Non i media italiani che vi hanno dedicato poche righe e le solite banalità. Figuriamoci una politica distratta e chiusa nel proprio provincialismo e nella propria autoreferenzialità. E nemmeno quella parte di opinione pubblica che pure nelle stesse ore di Belgrado ha inteso (e con ragione) ancora immaginare come essenziale un’Europa politica e democratica per contrastare il potere delle oligarchie globali, non ha minimamente avvertito la necessità di scambiare un pensiero da una piazza all’altra. Non una parola da una piazza che si vuole europea di cinquantamila persone in un paese di 60 milioni di abitanti, che nemmeno si accorge di un’altra piazza europea di quattrocentomila persone in un paese di 6,5 milioni, così arrabbiata verso questa Europa da lasciare riposta in un cassetto quella bandiera che fino a ieri rappresentava un comune progetto politico.

Ero a Belgrado il quindici marzo duemilaventicinque. In primo luogo per capire. Anche come segno di vicinanza con tante persone amiche, ma soprattutto per capire. E la prima sensazione che ho avuto è la freschezza di quello che hanno messo in moto questi ragazzi e che prende sempre più le forme di un vero e proprio sollevamento popolare. Una dimensione di massa che assume caratteri di un movimento di liberazione di natura costituente, che vuole cioè fare piazza pulita tanto di una tragica eredità che, in quanto non elaborata, non si sa scrollarsela di dosso, come delle mafie oligarchiche che hanno preso il sopravvento nella ormai lunga transizione del dopo Milosević.

Eterogeneità

Lo racconta, in questo quindici marzo duemilaventicinque, la sua eterogeneità. Che se a prima vista avrebbe potuto apparire come un limite, a guardar bene, è probabilmente la sua più importante prerogativa. Un’eterogeneità tanto per cominciare anagrafica e di genere, a leggere i cartelli improvvisati anche culturale, ma certamente anche sociale e persino identitaria sul piano della rappresentatività territoriale, se è vero che una delle scintille che ha contribuito a farla nascere è stata l’ossessione centralistica del potere di Vucić. Ben testimoniata dalla presenza in piazza di minoranze che raramente erano arrivate nel cuore di uno stato centralistico negli anni del suo delirio nazionalistico, ovviamente dalla Vojvodina di cui Novi Sad è la capitale da cui tutto questo ha preso il via, ma perfino dal Sangiaccato, regione a maggioranza islamica nel profondo sud[2].

E che, pur nella tensione verso un regime che sta facendo di tutto per rimanere al potere e che per questo mobilita migliaia di agenti in tenuta antisommossa, lo fa con l’ironia e il sorriso delle cose semplici, ben espressa dal meme diventato spontaneamente un grido di rinascita unificante: “pumpaj, pumpaj” (in lingua italiana, “pompa, pompa”), rovesciando a proprio favore l’intento del regime che avrebbe voluto ridicolizzarne la natura improvvisata, diventando il tam tam capace di contagiare tutte e tutti (https://www.rainews.it/video/2025/03/marea-umana-a-belgrado-contro-il-governo-di-aleksandar-vucic-gli-impressionanti-video-in-rete-b6921a2b-ff4d-4d99-8d2b-e6725e9a7f91.html).

Che questa semplicità potesse essere in grado di abitare la complessità e anche la drammaticità di un passaggio cruciale nella vita di questo paese, coniugando l’ironia con una protesta civile e nonviolenta, in pochi o forse nessuno se lo sarebbe immaginato. A questo si deve aggiungere il sentimento di gioia e di liberazione che si manifesta sui volti di tanti manifestanti come nelle lacrime di Gordana e di Jovan, fino a qualche mese fa intenzionati ad andarsene via.

Anche di fronte ai tentativi di impedire l’afflusso verso Belgrado, alla provocazione di un presidio fantasma al Pionirski park, davanti al Parlamento, di “giovani che volevano studiare” che in realtà erano seguaci di prezzolati Vucić o, ancora, nel voler seminare il panico fra i manifestanti (e nei bambini che partecipavano festosamente con le loro famiglie), come nel caso del cannone assordante (la cui dotazione è stata in un primo momento addirittura smentita e infine riconosciuta a mezza bocca di fronte all’evidenza) azionato nel momento del silenzio che rendeva omaggio alle vittime di Novi Sad[3], questo movimento reagisce con compostezza e maturità. E piuttosto s’interroga sul futuro della mobilitazione.

Che fare?

Nelle mie stesse conversazioni con gli amici di Belgrado, il tema cruciale di come dare continuità ad un movimento così grande e carico di aspettative, viene fuori di continuo. E non è facile essere d’aiuto. Pensare di tenere alta la mobilitazione dopo le piazze di questi mesi ed una manifestazione di popolo così imponente richiede una grande capacità di articolare iniziative che riescano a far crescere la coscienza individuale e collettiva in un corpo a corpo senza cadere sul terreno che il regime vorrebbe, quello della violenza.

Il mio pensiero va per un attimo a quella moltitudine, allora si parlò di oltre due milioni e mezzo di persone, che il 23 marzo 2002 riempì all’inverosimile il Circo Massimo a Roma. Nella più grande manifestazione di sempre c’ero, come c’erano entusiasmo e aspettative. Ma anche, se non immediatamente evidenti, le insidie, prima fra tutte la fine dell’unità sindacale che avrebbe inaugurato una pesante stagione di sconfitte, sociali e politiche.

Che fare, dunque, dopo il quindici marzo duemilaventicinque? Nessuno crede ad aperture da parte di Vucić, il quale userà ogni strumento, lecito e meno lecito, per mantenersi al potere, forte della sua capacità diplomatica già dimostrata in questi anni nel sapersi proporre come interlocutore degli Usa in chiave antieuropea, della Russia per tenere viva una presunta fratellanza di sangue e di suolo, della Cina come soggetto globale presente nella regione già dai tempi di Milosević, dell’Unione Europea perché le terre rare non sono solo in Ucraina, del mondo arabo per coltivare un’area di affari colossali come il Waterfront[4].

Personalmente credo che i protagonisti di questo sollevamento popolare abbiano nelle loro mani una grande e complessa responsabilità, quella di dare continuità ad un percorso che deve saper andare al cuore della società. Nei giorni precedenti e nelle ore stesse della manifestazione si respirava nei miei stessi interlocutori un senso di grande preoccupazione per una possibile repressione violenta che proprio la vastità della partecipazione ha saputo sventare. Ma ora, che cosa accadrà? La speranza di cambiamento verrà frustrata come già avvenne dopo la caduta di Milosević?

L’amico Massimo dice che in realtà il cambiamento sta già avvenendo, per certi versi è già avvenuto: nel modo di essere delle persone e nella contaminazione della società, anche in quelle realtà dove il nazionalismo e la gestione mafiosa del potere avevano il loro maggiore retroterra elettorale. Ed in effetti lo abbiamo visto nel corso di questi mesi di mobilitazione, nel sostegno dato ai ragazzi in cammino, nell’ospitarli nelle proprie case, nelle scuole e nelle Università che hanno preparato anche in questa occasione centinaia di brandine perfettamente allestite con anche il cioccolatino di benvenuto, come nei piccoli gesti di persone molto anziane che da sole o insieme ad altre portavano lungo il cammino dei manifestanti quel poco che avevano da offrire, un po’ d’acqua e qualche mela.

La stessa tenerezza che ho scorto il venerdì 14 marzo nello spettacolo di due ali di folla che a Terazije, nella via centrale di Belgrado, accoglievano gli studenti in arrivo a piedi o in bicicletta. C’è un diffuso senso di empatia e di solidarietà, accompagnata da un’organizzazione di staffette che non ti aspetti.

Una risposta in fondo non molto lontana da quella di cui ci ha parlato Jelena Ivić nell’articolo “Il Parlamento della Diaspora” (https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Il-Parlamento-della-Diaspora-236497). Una solidarietà che ricongiunge in una rete virtuale le tante persone della diaspora o, più precisamente, di una nuova diaspora dei giovani che negli ultimi anni se ne sono andati, ma che sono rimasti connessi e i cui nodi sono a Londra e Zurigo, Atene e Padova o in altre città del mondo, «lontani ma allo stesso tempo partecipi degli eventi … informati in tempo reale su quanto accade nel loro paese d’origine, partecipando al voto e pronti a far sentire la nostra voce», divenendo così parte attiva del cambiamento.

Su questa stessa lunghezza d’onda potrebbe collocarsi la pratica delle istituzioni parallele sul territorio, forme di responsabilizzazione sul piano locale nel fare come se, una pratica che affonda le proprie radici (e che porta con sé una significativa letteratura) dell’agire nonviolento quando la distanza fra le istituzioni e la realtà si svela profonda. Anche in questo caso valorizzando i saperi vicini e lontani, le esperienze e le capacità di connessione, attivando scuole di formazione e di autoformazione, postando come ha scritto Jelena «uno sguardo attento e materno sui cambiamenti e le sfide che la nuova società serba dovrà affrontare». Ma anche, più semplicemente, lasciando pulite le strade dopo ogni presidio o manifestazione.

La forza della nonviolenza

Inoltre occorre pazienza e non accettare il terreno imposto dall’aggressore, quello della violenza. La storia ci insegna che l’eterogenesi dei fini inizia proprio qui. Ho visto con i miei occhi un movimento maturo che saprà trovare le strade giuste con il metodo partecipativo che l’ha caratterizzato sin qui. Però un piccolo consiglio lo voglio dare.

Non servono eroi. Bisogna considerare che anche la morte di una sola persona è una perdita incommensurabile. Valeva per l’assedio di Sarajevo negli anni ’90, pure costato diecimila morti. Ma se quella città ha saputo evitare la sua distruzione totale lo si deve in primo luogo alla sua unicità culturale, a quel che rappresentava sul piano dell’incontro fra culture e – per usare l’espressione di Claude Levi-Strauss – al suo modo di vita[5]. Valeva ancor prima per l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, laddove la scelta di non rispondere militarmente evitò una carneficina e la distruzione della madre delle città (Praha matka mst, dicono in ceco). Il pensiero va anche a Gaza e alla tragedia che si consuma in Palestina dal 1948, alle centinaia di vittime di queste ore (mentre scrivo il numero dei morti e dei feriti delle nuove incursioni israeliane continua a crescere) e della strategia genocidiaria del governo Netanyahu che non si è mai fermata nemmeno con la tregua, ma anche all’aggressione del 7 ottobre 2023 e a quelle odiose parate di consegna degli ostaggi, pensate come prove di forza e che si rivelano in tutta la loro subalterna parodia.

La forza della nonviolenza abita qui, nel non accettare il terreno che vuole imporre l’aggressore. Non le armi, ma la forza della ragione. In quel non ci avrete mai risiede la vera forza, quell’alterità che avrebbe fatto risparmiare centinaia di migliaia di vite anche in Ucraina. Che cos’è altrimenti il ripudio della guerra? Questo ci dice papa Francesco quando afferma che la guerra è sempre una sconfitta. Senza dimenticare che le armi uccidono anche quando non sparano, se pensiamo che le risorse che ogni anno vengono destinate in armamenti avrebbero la possibilità di salvare milioni di vite. Solo nel 2023 nei 27 paesi dell’Unione Europea si sono spesi ufficialmente 279 miliardi di euro. E, come se non bastasse, si stanziano 800 miliardi per il piano di riarmo dell’Unione. Siamo purtroppo ancora fermi al moto dei latini si vis pacem para bellum e non abbiamo compreso che proprio questo approccio ha fatto della guerra una sorta di carattere archetipico dell’agire umano. Senza un cambio di paradigma la guerra è destinata ad occupare le nostre vite.

Sarà in grado questo movimento di liberazione di continuare ad essere quello che è stato sin qui e di far crescere quel processo – in primo luogo culturale – di cambiamento per aprire una pagina nuova dove l’appartenenza non diventi ossessione?

Uno spazio jugoslavo

Sono a Belgrado anche per questo. Per parlare di elaborazione del conflitto. Mi sono portato alcune copie del libro di Simone Malavolti Nazionalismi e “pulizia etnica” in Bosnia Erzegovina. Prijedor 1990 – 1995 e questo è l’oggetto della conversazione con Dragan Stojković, editore che non ha mai smesso di tenere vivo, malgrado tutto, un ponte editoriale capace di collegare quello che definisce senza troppa nostalgia uno spazio jugoslavo. Se tutto andrà come auspichiamo uscirà contestualmente in Serbia, in Croazia e in Bosnia Erzegovina.

Incontriamo anche Sonja Biserko, presidentessa del Comitato di Helsinki per i diritti umani in Serbia. Mi ha scritto del valore e dell’urgenza di creare uno spazio fisico di riflessione comune, proposta di cui avevamo parlato nel giugno scorso. Questa parte di Europa (non solo questa per la verità) è in forte fibrillazione, fra incertezza istituzionale, transizione senza regole, mafie e le forme più aggressive del neoliberismo. E un nuovo protagonismo giovanile.[6] Servono luoghi di confronto e buone idee. Un programma ambizioso, tanto per non sbagliarsi.

La discussione proseguirà a Sarajevo con il professor Nerzuk Curak, intellettuale di prim’ordine e attivista per la pace. E il giorno successivo con Adnan Mehmedović, presidente dell’Associazione Dante Alighieri e con la vicesindaca di Sarajevo Anja Margetić. C’è molta inquietudine per quel che accadrà dopo il mandato di cattura contro Milorad Dodik, il presidente nazionalista della Republika Srpska, che sembra preparare la secessione. 

Insieme a Gianluigi, giovane appassionato di Europa orientale che mi accompagna in questo viaggio, percorriamo la nuovissima autostrada fino a Loznica, lungo la Valle della Drina, dove entriamo in Bosnia Erzegovina. Viene da chiedersi il perché di questo investimento lungo una via di comunicazione non particolarmente frequentata. Forse la risposta si chiama litio, uno dei componenti delle batterie per le auto elettriche di cui è ricca la Valle dello Jadar. Come dicevamo le terre rare non sono solo in Ucraina.

Belgrado, Sarajevo, Trento, fine marzo 2025

 


[1]Claudio Magris, Danubio. Garzanti, 1999

[2]Regione storica nella Serbia meridionale al confine con il Kosovo e il Montenegro, caratterizzata dalla presenza maggioritaria di minoranze bosgnacche di religione mussulmana, montenegrine, rom e albanesi.

[3] Ora sappiamo che quello doveva essere il segnale di inizio dell’attacco criminale ai manifestanti.

[4] Si chiama Belgrade Waterfront: hotel di lusso, il più grande centro commerciale dei Balcani, 10 mila appartamenti riservati alle élite, 4 miliardi di euro di investimento, la Eagle Hills Company di Abu Dhabi protagonista.

[5]Devad Karahasan, Sarajevo centro del mondo. Diario di un trasloco. ADV, 2012

[6] Nelle stesse ore di Belgrado scendevano in strada a Budapest centomila persone contro il governo Orban, qualche giorno dopo le piazze si sono riempite a Skopje per commemorare i ragazzi morti nel rogo di una discoteca a Kocani, a fine febbraio e nelle settimane successive in 250 città della Grecia ci sono state grandi manifestazioni per evitare l’insabbiamento delle responsabilità per l’incidente ferroviario che due anni fa costò la vita a 57 persone. E, infine, trecentomila persone sono scese in piazza a Istanbul contro l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu, leader dell’opposizione. Solo per limitarci all’area balcanica.

25 Comments

  1. Micaela Bertoldi ha detto:

    Bella riflessione: un racconto di viaggio che indica la necessità di fare un viaggio tra i meandri delle politiche in atto per recuperare i fondamenti della cultura imparando a rinnovare le chiavi di lettura di ciò che accade. Con un invito a diffondere la forza paziente della nonviolenza, trovando in ciò uno spiraglio di speranza attiva. Di non rinuncia

  2. Francesco Lauria ha detto:

    Grazie. Profondo e prezioso.

  3. Maurizio Del Bufalo ha detto:

    Bravo, hai fatto un buon articolo e un buon viaggio. A settembre torneremo, col nostro Festival di Napoli, sui Balcani e la loro memoria perchè le guerre si rassomigliano tutte, nelle cause e negli effetti. Come le malattie. Buona domenica.

  4. Marianella Sclavi ha detto:

    Molto interessante, l’ho postato e consigliato su FB.

  5. Marta Anderle ha detto:

    Grazie Michele! Come sempre (anzi di più) tantissimi spunti, oltre a tanti saperi che dovremmo condividere. Uno spazio possibile è sicuramente l’Anpi e il Cantiere di Pace a maggior ragione. Il primo è sicuro il secondo non so. Due abbracci

  6. Adnan ha detto:

    Buongiorno Michele. Grazie per la condivisione, a mia volta condivido pienamente ogni riga del testo, un racconto e un’ analisi che illustrano perfettamente la situazione attuale in Serbia, che purtroppo finora non ho letto nei giornali italiani, piuttosto disinteressati e approssimativi su quanto sta avvenendo. Lo condividerò certamente con colleghi e conoscenti italiani. Buona domenica e a presto!

  7. Massimiliano Pilati ha detto:

    Appena finito di leggerlo, grazie di cuore. Un abbraccio

  8. Sepandha Mohebi ha detto:

    Salve Michele,
    mi è piaciuto molto l’articolo, spero che il viaggio sia andato/stia andando bene.

  9. Riccardo Dello Sbarba ha detto:

    Bellissimo racconto, eri al posto giusto nel momento giusto! grazie Michele!

  10. Mauro Arnese ha detto:

    Bello, bellissimo e sempre grazie.

  11. Mario Agostinelli ha detto:

    Grazie. Finalmente qualche notizia negata dal mainstream. Mario

  12. Maria Virginia Salizzoni ha detto:

    Grazie Michele per il tuo interessante racconto da Belgrado.

  13. Mimmo Pontillo ha detto:

    A due passi da noi e nessuno ne parla, focolai sempre più numerosi in un mondo che rischia il tracollo. Una bellissima lettura. Un abbraccio.

  14. Saro Cuda ha detto:

    Grazie, Michele. Poca informazione pubblica, anzi nulla, di tutto quello che tu ci hai raccontato. Una speranza che qualcosa si muove in terre che, fino a qualche tempo fa, sono state distrutte dall’odio del più becero nazionalismo. Una speranza anche per quei popoli che oggi si stanno bombardando a vicenda. Ci sarà una pace e soprattutto la fine dell’odio? Quando?

  15. Raffaella Molinari ha detto:

    Le ragioni le ha date Michele Nardelli nell’articolo, io mi limito a sottolineare l’importanza della sua scelta di essere a Belgrado il 15 marzo 2025. E come essere a Belgrado piuttosto che a Roma alla marcia per l’Europa, sia proprio la conferma della coscienza europeista di Michele, sostenuta da molti anni e da molte iniziative. Lo considero un esempio quanto mai stimolante di un pensiero e di una pratica non allineati. Obliqui – si potrebbe dire – alla vulgata e per questo capaci di superare un confine anzi i confini. Essere là dove non è previsto che tu sia, apre una prospettiva politica inedita, di quelle che fanno sperare che anche a livello europeo per non dire mondiale si possano costruire nuovi equilibri, se si ha l’abilità di inventare schemi di riferimento altri.
    Senza entrare nella complessità della questione balcanica e in particolare di quanto era in gioco nella manifestazione del 15 marzo, questa di Nardelli mi sembra un’esperienza paradigmatica, di quelle che mettono in moto delle cose, delle possibilità che vanno oltre il già dato o il già detto.
    Papa Francesco utilizza spesso il verbo spagnolo “desbordar” per esprimere l’idea di abbracciare una visione più ampia, andare oltre i confini – in senso stretto – geografici e – in senso lato – politici. Questo ho visto e sentito nel racconto che Michele ha fatto della manifestazione di Belgrado, con l’acutezza che gli riconosciamo nel districarsi in questioni complesse come quelle che riguardano i Balcani. Guadagnare un’altra prospettiva concentrandosi su una singola angolatura, parziale, per comprendere l’intero. Come “rovesciare il telescopio”, per guardare il presente a distanza.
    Come da Belgrado vedere meglio il futuro dell’Europa .

  16. Franca ha detto:

    Grazie. Importante.

  17. Saula ha detto:

    Grazie Michele sempre interessante leggerti. Un vero arricchimento.

  18. Luana Zanella ha detto:

    Bellissimo, grazie.

  19. Leonardo Barattin ha detto:

    Bell’articolo, Michele, grazie!

  20. Steven Forti ha detto:

    Bravo! Grazie Michele! Ero a Lubiana a inizio febbraio per un visiting in università e ho parlato con vari attivisti sloveni, ma anche serbi, della situazione a Belgrado. Ci dà un po’ di speranza in questi tempi cupi vedere quello che sta succedendo laggiù …

    Un abbraccio,
    Steven

  21. Tonino Perna ha detto:

    Caro Michele
    il tuo travolgente e contaminante Reportage da Belgrado mi fa dire che: dietro un agnostico praticante c’è una fede militante
    nel Figlio dell’Uomo che ha promesso che “gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio”

    Ad un grande amico del Nord
    un grande abbraccio mediterraneo
    Tonino
    PS un bacio a Gabriella

  22. Edvard ha detto:

    Molto bello. Grazie

  23. Andrea ha detto:

    Bravo Michele. Grazie per questo “reportage politico”. La prospettiva europea è cruciale, o queste piazze (Belgrado, ma anche Skopje, Istanbul, Budapest, Roma, …) rischiano l’asfissia. Manca uno spazio pubblico europeo, il racconto giornalistico e spesso l’analisi restano confinate in assurde dimensioni nazionali, novecentesche, pericolose. Questo contributo mostra la possibilità concreta di scardinare questi spazi. Fondamentale, in questo momento, il richiamo alla pratica non violenta come corpo a corpo, anche se ammetto di avere sempre meno certezze, anche sulle grandi questioni. Un abbraccio Andrea

  24. Loly Monreal ha detto:

    Leggere le tue parole è stato un vero stimolo per me. La tua riflessione fa pensare e aiuta a capire quante cose non vengono affrontate nel modo giusto. Grazie per aver condiviso questo tuo vissuto con tanta chiarezza e profondità!

  25. Michele Nardelli ha detto:

    Intanto grazie per i vostri commenti e le vostre condivisioni. Alcuni postati direttamente sul blog, altri arrivati via whatsapp. Anche gli amici di Belgrado hanno apprezzato il reportage, tanto che lo vorremmo tradurre in serbo-croato-bosniaco per farlo girare nelle reti locali. Proprio qualche minuto fa ho parlato con l’amico Jovan per avere un aggiornamento sulle iniziative degli studenti che stanno proseguendo pur nel silenzio dei grandi media. Che grazie al cielo si va incrinando dopo il successo della manifestazione del 15 marzo. Ed in effetti si avverte una sorta di contagio, se pensiamo alle mobilitazioni giovanili (e non solo) in tutta la regione, compreso quanto sta avvenendo in Turchia, malgrado la repressione del regime. Nuove manifestazioni sono seguite anche in diverse città della Serbia e per sabato 12 aprile è prevista una grande iniziativa a Novi Pazar, la capitale del Sangiaccato, a consolidamento dell’incontro avvenuto fra i ragazzi protagonisti del sollevamento popolare e quella regione tradizionalmente lontana da quel che avviene a Belgrado. Ma forse il passo più importante e significativo è in questo momento quello dei cento ragazzi che sono partiti in bicicletta per Strasburgo con l’intenzione di portare le ragioni della loro protesta nel cuore delle istituzioni dell’Unione Europea, con particolare attenzione alla richiesta di mettere fine agli interessi verso l’estrazione del litio nella valle dello Jadar. Anche rispetto all’utilizzo da parte del potere di Vucic del cannone sonoro in occasione della manifestazione del 15 marzo, si sono sollevate questioni di illegittimità presso le Corti internazionali che potrebbero pesare sulle trattative di adesione della Serbia alla UE. Un passo, quello dell’iniziativa degli studenti verso Strasburgo, che punta ad avere un riconoscimento internazionale della protesta per immaginare un’interlocuzione democratica verso questa Europa così condizionata dai poteri forti e così subalterna allo stupido bellicismo di Ursula Von der Lejen. Intanto le finestre della Serbia si stanno riempiendo di drappi bianchi con l’immagine della mano insanguinata, simbolo della protesta dei ragazzi. Ne vedremo gli effetti fra qualche giorno. Un rammarico profondo, invece, è notare come, anche negli ambienti più aperti ed impegnati per la pace del nostro paese, quanto sta accadendo nei Balcani venga sostanzialmente ignorato o sottovalutato, come del resto avvenne prima, durante e dopo la guerra dei dieci anni, dell’insegnamento della quale è rimasto ben poco. A testimonianza di come una visione europeista sia ancora largamente estranea all’opinione pubblica di un paese come il nostro sempre più provinciale. L’Europa politica o è un progetto di pace, o non è.