(25 aprile 2017) In una stanzetta forse un tempo monacale di una struttura di accoglienza religiosa nel cuore di Belluno il pensiero va all'amico Osvaldo Dongilli che da qualche giorno ci ha lasciati. E quando ci lascia una persona cara che ha grosso modo la tua stessa età, inevitabilmente quel pensiero ti interroga sul senso delle nostre esistenze.
La mia penna mi porterebbe a scrivere del tempo in cui ci siamo conosciuti, di quando pensavamo che il mondo fosse nelle nostre mani e del progressivo renderci conto di quanto i processi di cambiamento culturale potessero essere lenti e talvolta dolorosi. Insomma, delle utopie e del disincanto, per dirla con Claudio Magris. E sarebbe piuttosto naturale, visto che quello è stato il tempo delle nostre maggiori frequentazioni.
Ma la nostalgia è un bizzarro sentimento che non ci aiuta nella nostra navigazione umana, nel suo deformare la realtà secondo i nostri desideri. E allora preferisco parlare di un tempo più recente, quando pur con percorsi diversi abbiamo provato ad abitare quel luogo che avevamo immaginato ospitale per tante sensibilità diverse e dunque anche per chi, come noi, aveva un'idea alta ed esigente della politica.





