Note a commento del volume “Il monito della ninfea” di Diego Cason e Michele Nardelli
di Micaela Bertoldi
E che dire delle ninfee, le splendide foglie con fiori delicati che arredavano gli stagni di Jean Monet, dopo aver ascoltato la voce di Remo Bodei (ex ergo)?
Non si può che ammutolire, sentendo la profezia certa, del raddoppio delle estensioni della copertura dei tratti lacustri, visto che ogni foglia raddoppia la superficie in una notte. Tanta bellezza può apportare danno irreparabile se in un blitz dovesse scomparire proprio lo stagno, il lago. La fatale bellezza nasconde il tranello della forza che può distruggere, l’attrazione allucinata a volte impedisce di scoprire i risvolti potenzialmente negativi. L’altro lato della massima pulcritudine compare ad un tratto come un baratro.
Apprezziamo il grande Monet, intento a dispensare emozioni, con lo sguardo affascinato e concentrato sul momento che gli appare denso di meraviglia. E può capitare anche a noi di rincorrere la luce e la bellezza dei suoi riflessi, spesso ignari che nella società attuale sono creati ad arte per illudere e farci assopire nel quieto (?) tran tran del benessere raggiunto, lo stile di vita irrinunciabile. Quello stile di vita che fa apparire necessario procedere nell’accaparramento di ogni cosa, di ogni spazio anche se lo si sottrae ad altri esseri viventi.












