È in corso in Bosnia Erzegovina l’ennesima crisi istituzionale. Ciò che tuttavia la differenzia dalle precedenti crisi sono i tentativi di minare le stesse fondamenta degli Accordi di Dayton. E riemerge il fantasma del conflitto
Elvira Jukic-Mujkic, Sarajevo *
(2 novembre 2021) Separatismo e concreti sforzi finalizzati alla secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina. Queste le accuse mosse a Milorad Dodik, membro serbo della Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina e leader dell’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), che ormai da settimane porta avanti diverse iniziative volte ad aumentare i poteri della Republika Srpska (una delle due entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina) a scapito di quelli delle istituzioni centrali.
La polemica scaturita da queste iniziative politiche, in cui non mancano ipotesi di un nuovo conflitto, distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dai numerosi scandali di corruzione, dalla pessima situazione economica in cui versa il paese e dall’intensificarsi del fenomeno dell’emigrazione dei cittadini bosniaco-erzegovesi all’estero.
Al contempo, sui mezzi di informazione e sui social media viene ulteriormente surriscaldata un’atmosfera guerrafondaia che - in un paese dove, pur essendo trascorsi ventisei anni dalla fine della guerra, non ha mai conosciuto una vera pace interna – fa rabbrividire, richiamando alla mente quanto accaduto all’inizio degli anni Novanta.












