Il premier Matteo Renzi sostiene che il calo della partecipazione in occasione delle elezioni di domenica scorsa – che ha visto in Emilia Romagna poco più di un elettore su tre recarsi ai seggi – rappresenti “un dato secondario“.
Per chi ha un briciolo di cultura istituzionale c’è da rimanere senza parole. Per due buoni motivi.
Il primo è che mai si può considerare più importante l’esito del voto per un partito rispetto all’esercizio della democrazia da parte dei cittadini. Il secondo è che in questo modo si esprime quella cultura plebiscitaria che non richiede partecipazione, corpi intermedi, assunzione di responsabilità, né tanto meno territori consapevoli capaci di autogoverno.
(9 ottobre 2012) "In questo periodo caratterizzato da profondi mutamenti e da una lunga crisi strutturale"", afferma Luca Paolazzi, nuovo direttore pro tempore del sito www.politicaresponsabile.it ""si sente forte l'esigenza di rimettere al centro dell'azione politica due risorse che sono alla base del nostro futuro: le persone e il territorio
Nuova segreteria del PD del Trentino. Il dibattito è acceso e mette in evidenza i nodi irrisolti di una politica che non riesce ad affrontare la sua crisi. Ma anche di una informazione afflitta dagli stessi mali. Ne è testimonianza il dibattito che si è sviluppato attorno alle poche righe sulla elezione di Giulia Robol che ho postato sulla mia pagina di facebook. Riporto qui l’intervento che Alessandro Branz iha nviato in queste ore al quotidiano L’Adige.
di Alessandro Branz
(27 marzo 2014) Sia dal resoconto che ne fa Luisa Maria Patruno sull’Adige del 26 marzo, sia dall’intervista rilasciata dal senatore Tonini, emerge una raffigurazione del PD come di un partito diviso in due fazioni nettamente distinte: da una parte i sostenitori di Giulia Robol, che avrebbero architettato l’elezione della loro candidata attraverso trame di palazzo, accordi sottobanco, tentativi di emarginare coloro che si frapponevano sulla strada di un successo conseguito in modo poco trasparente (l’importante è il risultato); dall’altra i sostenitori di Elisa Filippi, vittime sacrificali di tali giochi meschini ed emarginati soprattutto perché espressione della genuina “rivoluzione renziana”, da non potersi evidentemente mettere in discussione in quanto espressione della volontà popolare. Al punto che Tonini si spinge a definire coloro che hanno appoggiato la Robol (le “due aree di incerta definizione politica”) come fautori di una visione conservatrice dell’autonomia.
Un appello per l'Europa apparso oggi su la Repubblica, primo firmatario Ulrich Beck
(27 febbraio 2014) Il prossimo maggio le cittadine e i cittadini saranno per la prima volta chiamati alla scelta sul futuro dell’Europa. Quale Europa vogliamo? Dal momento dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona e per tutta la durata della crisi i cittadini non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere il loro giudizio sul futuro dell’Unione Europea, in un processo di formazione democratica della volontà.
Questa volta, la novità è costituita dalla presenza di diversi candidati alla carica di presidente della Commissione europea, con la possibilità di scegliere tra diversi modelli d’Europa. È un salto quantico politico. Infatti, nel medesimo momento e in tutta l’Europa discuteremo in lingue diverse sugli stessi temi – cioè su persone e sui loro programmi. Vogliamo il “meno Europa” di un David Cameron, dettato dagli imperativi del mercato, oppure un’ “altra Europa”, che sottopone il mercato a regole democratiche, come ha in mente il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz?
I partiti anti-europei e i loro candidati vogliono essere eletti democraticamente per minare la democrazia in Europa.
(8 agosto 2013) In un'intervista sul Corriere del Trentino di oggi, il consigliere provinciale del PD del Trentino Michele Nardelli spiega l'idea di un progetto politico insieme territoriale ed europeo. Per questo è necessario ricercare risposte alte alla crisi della politica ma anche delle sue forme: nuove sintesi culturali e soggetti politici locali in reti sovranazionali.
Quella che segue è una prima sintesi dei temi affrontati nella summer school che si è svolta da venerdì a domenica al Monte di Mezzocorona. Queste ed altre le parole per un possibile manifesto politico.
(25 agosto 2013) La protagonista di questa Summer School è stata la politica. Di certo è un tempo in cui essa non gode di grande reputazione. Eppure in questi giorni non ne abbiamo celebrato l'ennesimo processo, ma anzi abbiamo provato a dare forma ad un piccolo atto d'amore nei suoi confronti.
Abbiamo descritto, cito uno degli interventi di ieri, la politica e le forme della politica come uno spazio urbano che ha bisogno di essere ripensato, riqualificato. Certamente attraverso percorsi sempre più collettivi, laddove invece vediamo crescere attorno a noi - ad ogni livello - sentimenti di spaesamento e spinte di natura individualista.
di Luca Paolazzi
Introduzione alla Summer School di Politica Responsabile, Monte di Mezzocorona
Questa scuola, al pari dell'Associazione Politica Responsabile, nasce dalla necessità avvertita di riconnettere due sistemi, quello politico-istituzionale e quello socio-economico, al fine di coltivarne un confronto continuo. Lo scollamento tra questi due sistemi è alla base della difficoltà della politica di capire e raccontare il presente e i suoi cambiamenti, di farsi progetto collettivo, di pensare strategicamente, di capire i territori anziché sorvolarli, di promuovere una partecipazione sostanziale ed efficace, in grado di valorizzare le conoscenze diffuse (quella che Barca chiama mobilitazionecognitiva) nell'elaborare risposte condivise anziché risolversi in spesso vuoti esercizi di selezione del leader. Tale scollamento è anche causa della crescente delegittimazione di quei soggetti intermedi che del presente dovrebbero dare rappresentazione e guidarne lo sviluppo, ma che sono invece troppo spesso concentrati sui processi interni di costruzione del consenso e sull'affermazione autoreferenziale.
La crisi, che da fenomeno passeggero si sta trasformando sempre più in una nuova condizione di normalità, non è un fatto solo economico bensì anche sociale e politico. La crisi politica sta soprattutto nella difficoltà di istituzioni e corpi intermedi di elaborare norme, riferimenti culturali e visioni collettive. È crisi del sistema di rappresentanza basata sui partiti di massa e sulla loro attività di traduzione delle istanze e pulsioni locali e particolari in volontà e visione generale. Possiamo affermare che la crisi della politica è in primis difficoltà di interpretare il presente proprio nel momento in cui, come conseguenza di una globalizzazione e modernizzazione spesso non governata, le persone appaiono sono sempre più incapaci di orientarsi, spaesate e sole. È quindi indispensabile riuscire nel compito di ridare legittimità alla politica, allasua forma e al suo agire, ripensando le forme della rappresentanza in quest'epoca caratterizzata dalla sfiducia e dal rancore, dalla solitudine e dalla metamorfosi dei processi e dei rapporti territoriali, sociali, economici, produttivi e culturali. Perché "noi,passeggeri di passaggio in questo Paese spaesato: abbiamo bisogno di Politica. Perché senza Politica è impossibile prevedere. È impossibile progettare il nostro futuro."" (Ilvo Diamanti)
""Senza parole. Cronache e idee dall'autunno della politica"", Erickson Live, 2013.
Incontri di presentazione del libro ""Senza parole"" realizzato dall'associazione Politica Responsabile e che raccoglie una parte significativa dei temi trattati all'interno del sito www.politicaresponsabile.it
Borgo Valsugana, 7 ottobre 2013, ore 20.30
Rovereto, The Hub - 10 ottobre 2013, ore 18.00
Trento, Café de la Paix - 15 ottobre 2013, ore 21.00
"Questa la lista dei ministri, con e senza portafoglio, annunciata dal premier Matteo Renzi, che ha sciolto la riserva accettando l’incarico di formare il nuovo governo:
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - GRAZIANO DELRIO
Conosco abbastanza bene Giulio Marcon per sapere chese ha deciso di metterci la faccia la proposta di cui si fa portatorein questo editoriale (e che riprende l'appello di qualche giorno facon il quale Barbara Spinelli e altri hanno lanciato lacandidatura di Alexis Tsipras per la presidenza della CommissioneEuropea) potrebbe anche essere diversa dall'ennesima trovataelettorale.
E ciò nonostante quello che viene proposto è uno schema cheabbiamo già conosciuto, ovvero l'idea di un cantiere unitariodella sinistra che non si riconosce nel PD. Quasi che ilproblema fosse l'incapacità della sinistra radicale di trovareun comun denominatore o non invece - a monte - di una culturapolitica con la quale la sinistra (non solo quella italiana) non hasaputo ancora fare i conti. E non parlo solo della sinistra politica,parlo anche di quella sinistra diffusa fatta di movimenti chea guardar bene non è meno malata di quella dei partiti.
Non lo dico per sostenere la causa del PD, partito cheancora guarda all'Europa come al luogo dove difendere gli interessiitaliani, ben lontano da quella visione europea che ci dovrebbeportare a ragionare dell'Europa come di una casa comunesopra le nazioni.
Ma in entrambi i casi lo schema è ancora quello dei partiti (oaggregazioni) nazionali, proposte che si affermano (o sisgretolano) nell'arco di una scadenza, specie se è per una scadenzache vengono immaginati.
Lo ripeto. Ho un rapporto di stima per Giulio (e per altri amiciche sostengono questa proposta) troppo forte per non pensare chenon siano sufficientemente accorti per non ripetere cose già viste.Per questo alzo il telefono e gli dico quel che penso. Mi ribatte cheancorare la sinistra diffusa ad un'idea europeista, in un contesto di"caccia all'Europa", sarebbe già un bel risultato. Iltragico è che a questo siamo.
Quanto è ancora lontano un pensiero europeo capace di comprenderel'Europa nelle espressioni sociali e culturali di una regioneche va dagli Urali all'Atlantico e capace di fare delMediterraneo il contesto d'incontro fra oriente e occidente.
Se non capiamo che i temi del lavoro, del welfare, dell'ambiente,delle comunicazioni, della formazione, della cittadinanza... nonpossono essere affrontati se non a partire da un approcciosovranazionale, il progetto europeo è finito. Se non capiamo che inquesta cornice la difesa di stili di vita insostenibili ma checonsideriamo "non negoziabili" significa guerra...
Un progetto europeo davvero nuovo deve porsi il temadell'austerità, della riconsiderazione dei consumi e del lavoro, delritorno alla terra e all'unicità dei territori per contrastare iprocessi di finanziarizzazione dell'economia, dell'abolizione deglieserciti nazionali... solo per dire le prime tre o quattro cose chemi vengono in mente.
Ma tutto questo presuppone un cambiamento di sguardo cheancora non c'è. E che non vedo nemmeno nelle parole che puresento vicine di Giulio...
Serata di presentazione di "Senza Parole. Cronache e idee dall'autunno della politica" (edizioni Erickson Live, 2013), il libro che raccoglie tre anni di ricerca politica e sociale dell'associazione "Politica Responsabile".
Romagnano - Trento, Sala della Biblioteca












