15 Gennaio 2010

venerdì, 15 gennaio 2010

La riunione della Terza Commissione consiliare provinciale occupa l’intera mattinata. Sono previste le audizioni sul disegno di legge Bombarda che propone un pacchetto molto ampio di iniziative per far fronte ai cambiamenti climatici. Una proposta senz’altro condivisibile che rappresenta una sorta di manifesto dei comportamenti virtuosi sul piano della riduzione delle emissioni di CO2, quasi una legge quadro che attraversa diverse discipline salvo poi entrare nel merito di azioni specifiche fin troppo articolate e non so quanto realizzabili in assenza di un diffuso cambiamento di approccio culturale. Insomma, è necessario metterci mano per introdurre una gradualità di obiettivi, ma in ogni caso un contributo importante e utile. Arrivano le associazioni imprenditoriali, compresa la Federazione delle cooperative, e… apriti cielo. E’ la summa dell’ipocrisia. Tutti a dire che effettivamente il tema del clima è cruciale, che il fallimento di Copenhagen corrisponde ad un atto di irresponsabilità dei grandi della terra, eccetera, eccetera. Ma quando poi si tratta di entrare nel merito delle scelte si comincia a dire che quel che può fare una piccola realtà come il Trentino risulta insignificante, che in un quadro di crisi economica non si possono porre limiti allo sviluppo, che se si vieta l’innevamento artificiale a quote inferiori ai 1.300 metri di altitudine va in crisi il settore turistico. Insomma, il nostro sistema di vita non è negoziabile. Il consumo energetico pro capite descrive questa realtà, nella sua profonda iniquità ed irresponsabilità. In termini di Tep (Tonnellate equivalenti petrolio) il consumo energetico nel mondo è grosso modo così suddiviso: gli Stati Uniti sono a 8 tep pro capite, l’Europa è a 4,2, l’Italia a 2,5 e la Cina a 1,4. Questo significa che l’impronta ecologica (il peso di ognuno di noi sulla terra) non è uguale per tutti. E che dovremmo cominciare a considerare che ognuno deve fare la sua parte per rientrare nel proprio territorio "biologicamente produttivo". Tanto per capirci oggi l’Italia ha un’impronta ecologica quasi doppia (vedi scheda). L’audizione prende una piega diversa quando sono ascoltate la Sat e le associazioni ambientaliste, evidenziando così una profonda spaccatura dentro la nostra stessa comunità. Nell’audizione dei rappresentanti dell’Università trentina viene messo in rilievo la situazione nella gestione del rifiuto umido che caratterizza la provincia di Trento, ovvero l’assurdità di non dotarsi di un sistema di biodigestori per lo smaltimento del nostro umido. Viene a fagiolo, visto che il punto successivo all’ordine del giorno della Commissione è esattamente questo, in relazione alla petizione popolare contro la realizzazione del biodigestore di Lasino. Avevo detto più volte che la contrarietà alla localizzazione in località "Predera" avrebbe dovuto corrispondere all’individuazione di un sito alternativo, per evitare di cadere nella logica del "non nel mio giardino". Ma non solo di siti alternativi non ne vengono proposti ma anche sull’altra localizzazione provinciale, quella di Cadino, si è scatenata l’opposizione con tanto di raccolta di firme già consegnate al Consiglio provinciale. Così esprimo il mio disaccordo e questo sarà l’unico voto di astensione. A quanto pare, conta di più rincorrere il consenso che non il farsi carico dei problemi. Questa è la lezione e misuro l’incoerenza anche rispetto al confronto sul DDL sul clima: da una parte si dice che così non va e poi, di fronte alle spinte corporative (siano esse l’acciaieria della Valsugana o la questione "biodigestori"), le si rincorre. Questo modo di pensare la politica non mi piace affatto. La giornata non si ferma qui, ma ne parlerò a parte. L’impronta ecologica. Scheda (tratta dal sito di WWF Italia) Impronta ecologica è un termine con cui si indica il determinato "peso" che ognuno di noi ha sulla Terra. L’impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall’intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera. Il metodo dell’impronta ecologica per misurare l’impatto pro capite sull’ambiente è stato elaborato nella prima metà degli anni ’90 dall’ecologo William Rees della British Columbia University e poi approfondito, applicato e largamente diffuso a livello internazionale da un suo allievo, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell’Ecological Footprint Network, il centro più autorevole e riconosciuto a livello internazionale.  Il metodo dell’impronta ecologica consente di attribuire, sulla base dei dati statistici di ogni paese e delle organizzazioni internazionali, un’impronta ecologica di un certo numero di ettari globali pro capite come consumo di territorio biologicamente produttivo. Il WWF utilizza dal 2000 il metodo di calcolo dell’impronta ecologica nel suo rapporto biennale Living Planet Report, commissionando a Wackernagel e al suo team il calcolo dell’impronta ecologica di tutti i paesi del mondo. Secondo i calcoli più recenti l’impronta ecologica dell’umanità è di 2,2 ettari globali pro capite, mentre quella dell’Italia è di 4,2 ettari. L’Italia ha un’impronta ecologica (sui dati 2005) di 4.2 ettari globali pro capite con una biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, dimostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettaro globale pro capite. Nella classifica mondiale è al 29° posto, ma in coda rispetto al resto dei paesi europei. E’ di tutta evidenza che anche il nostro paese necessita di avviarsi rapidamente su una strada di sostenibilità del proprio sviluppo integrando le politiche economiche con quelle ambientali. Solo tenendo in conto la natura saremo in grado di fornire il giusto valore al nostro "benessere" e di procedere a politiche energetiche, dei trasporti, di uso del territorio capaci di rispettare il nostro straordinario Bel Paese, facendo fruttare al massimo i suoi elementi di qualità.I paesi con oltre un milione di abitanti con l’impronta ecologica più vasta calcolata su un ettaro globale a persona, sono gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti d’America, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, l’Australia, l’Estonia, la Svezia, la Nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69° posto, ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2%) e il rapido sviluppo economico che la caratterizza giocheranno un ruolo chiave nell’uso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro. Se tutti […]
14 Gennaio 2010

giovedì, 14 gennaio 2010

Verso le 19.30 esco dalla Biblioteca Civica di Trento dove si è da poco conclusa la conferenza "Nucleare oggi" che abbiamo promosso come Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani in collaborazione con l’Uspid, l’Unione degli scienziati per il disarmo. L’ultimo segmento di una lunga e proficua giornata di confronto sul tema del nucleare e per questo Luisa, che al Forum ci lavora, mi augura buona serata immaginando che gli impegni della giornata si siano conclusi. Ma così non è. Alle 20.45 inizia "Trentino in diretta" dedicata alla questione che la Lega Nord ha irresponsabilmente sollevato circa la religione di appartenenza degli addetti alle pulizie nella sede del loro gruppo consiliare. Interrogazione giustamente giudicata irricevibile da parte del presidente del Consiglio Giovanni Kessler, ma che ha sollevato l’indignazione di molti e un polverone mediatico persino nazionale. All’inizio volevo sottrarmi all’invito a partecipare alla diretta televisiva proprio per evitare di dare il mio contributo a questa volgarità, ma queste uscite della Lega altro non fanno che mettere in luce quel che cova nel profondo della nostra comunità o comunque in una parte – non so quanto marginale – di essa. Legittimando, certo, idee e comportamenti estranei al vivere civile ma che non dobbiamo far finta di non vedere. Tant’è che nel corso di un’ora e mezza di trasmissione fioccano le telefonate degli ascoltatori e molte di queste sono di persone che  rincarano la dose. Abitare il conflitto, no? E allora eccomi qui, con il senatore leghista Divina, con Aboulkheir Breigheche, presidente della Comunità islamica del trentino Alto Adige, con il nuovo direttore di Vita Trentina Marco Zeni ed il presidente della Povocoop81 dove la signora di religione islamica presa a pretesto dalla Lega lavora. Mi rifiuto di pensare che il Trentino sia questo, così come – e lo abbiamo documentato anche su questo blog – Rosarno non è la Calabria. Ma sicuramente è "anche" questo e dunque la cosa è maledettamente seria e pericolosa. Ci saranno senz’altro telefonate pilotate dai leghisti, ma fra quelli che si prendono la briga di telefonare ci sono anche molte persone semplicemente accecate dal pregiudizio e dall’ignoranza. Devo trattenermi dalla voglia di inveire contro questi irresponsabili che giocano con il fuoco, cercando di mantenere la calma e di invitare chi ascolta a prendere in considerazione che questi nuovi cittadini oggi portano al Trentino un contributo decisivo, a cominciare dall’economia locale. Che la cultura islamica non è un corpo estraneo ma parte integrante dell’identità europea. E che le guerre di religione nel corso della storia hanno prodotto solo tragedie. Il fatto è che la Lega ha scelto di usare proprio i simboli religiosi nell’ergersi a paladina di una battaglia contro l’islam, facendo leva sul sentire più remoto e su vicende storiche mai elaborate a partire dalla frattura fra oriente e occidente. Quanto è importante studiare Fernand Braudel e quell’affresco straordinario che è rappresentato dal suo principale lavoro "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II", quel passaggio di tempo che va dal XV al XVI secolo che vide la cacciata degli ebrei e dei mori dalla Spagna, la conquista delle Americhe, la battaglia di Lepanto contro il dominio ottomano sul Mediterraneo. La Lega è l’interprete di quella frattura mai sanata e non è casuale che i simboli che vengono agitati siano le moschee, il crocefisso obbligatorio nei locali pubblici, il presepe portato nelle scuole elementari e negli asili… ed ora questa cosa di discriminare i lavoratori a partire dal loro credo religioso. Divina dice che non è il caso di far troppo rumore su questa cosa, ma è il classico nascondere la mano dopo aver gettato il sasso, un doppio binario che alimenta paure, disinformazione, odio. Mi chiedo dove finiremo. Occorre davvero un serio lavoro di formazione e di educazione permanente, perché in un mondo che cambia così profondamente è necessario attrezzarsi, avere a disposizione strumenti ed opportunità di conoscenza. Si potrebbe dire la stessa cosa sul nucleare. In questi anni abbiamo dato troppe cose per scontate, ad esempio l’aver chiuso con la scelta nucleare, senza mai interrogarsi sulla dipendenza dal petrolio, sulle fonti energetiche alternative o, più in generale, sulla cultura del limite. Di questo si è parlato nell’incontro pomeridiano alla Sala degli affreschi. Con Mirco Elena, anima di Isodarco (la scuola internazionale sulla ricerca e sul disarmo), giunto alla sua XXIII edizione, con Matthew Evangelista, direttore del Dipartimento studi governativi della Cornell University di New York, e con Nadia Arbatova, direttrice del Dipartimento Studi Politici Europei e della Fondazione per l’Integrazione Europea di Mosca. Una sala affollata che s’interroga sulla scelta nuclearista del governo Berlusconi, sulla sicurezza della tecnologia nucleare, sul legame fra nucleare civile e nucleare militare, senza dimenticare che il nucleare ha continuato ad incombere sul territorio italiano anche in questi ani, con le barre di uranio della centrale di Caorso che dovevano essere mantenute in sicurezza in assenza di un luogo di stoccaggio, con gli oltre novanta ordigni nucleari custoditi nelle basi "extraterritoriali" di Aviano e di Ghedi. Di tutto questo stanno parlando ad Andalo quasi cento studiosi provenienti da tutto il mondo ed anche in questo, provo a dire nell’introdurre l’incontro alla Biblioteca civica, il Trentino segna la propria diversità. Ma sarà così? Non è che mentre facciamo un sacco di cose di qualità sta crescendo intorno a noi un mostro di cui nemmeno ci accorgiamo? Non è che coltiviamo le nostre autoreferenzialità, mentre l’imbarbarimento si insinua e i luoghi che pure sono stati l’antidoto allo spaesamento non sono capaci di rinnovarsi ed esprimere una classe dirigente all’altezza della complessità? E’ con queste domande che a tarda sera prendo la strada di casa.  
13 Gennaio 2010

mercoledì, 13 gennaio 2010

Sono quelle di ieri e di oggi giornate di incontri di lavoro, conversazioni, scambi di idee. Vedo Mario Raffaelli, parliamo del Corno d’Africa (nel quale lui è impegnato da anni con uno specifico mandato da parte del Ministero degli Affari Esteri italiano) e di altre aree regionali. E’ interessante rilevare come alcuni aspetti cruciali della post modernità, ad esempio quella che vado definendo da tempo come tendenza al "neofeudalesimo", ritorni nelle sue analisi sulla Somalia. Parliamo anche di quel che accade in Italia e in Trentino, dell’Alleanza per l’Italia e del PD e anche su questo c’è molta sintonia. Gli propongo di partecipare al progetto "Politica è responsabilità" e la sua risposta è immediata e favorevole. In questi giorni ho sentito anche altre persone, con percorsi e sensibilità piuttosto diverse come Giuliano Beltrami o Maria Luisa Martini, ed in tutti ho trovato un grande interesse e disponibilità, quasi stupore che dall’interno della politica vengano proposte come quella a cui stiamo lavorando. Vedo Emiliano Bertoldi il quale mi espone il tema degli alloggi per stranieri e di un regolamento che nei fatti ne impedisce il pieno accesso. Tema alquanto delicato che affronterò al più presto con il gruppo consiliare. Incontro il coordinamento del Progetto Prijedor in vista dell’assemblea di venerdì prossimo nella quale si deciderà un po’ il futuro dell’associazione, oggi ad un bivio dopo quasi quattordici anni di lavoro e di sperimentazione originale sul piano della cooperazione. Altro incontro sui temi dell’Europa balcanica è quello del gruppo di lavoro per il programma "Seenet 2" promosso dalla Regione Toscana ma che vede coinvolte complessivamente ben sette regioni italiane (e diversi organismi di ricerca nazionali fra i quali l’Anci e l’Osservatorio Balcani e Caucaso) in un vasto programma di cooperazione sullo sviluppo locale ed il turismo responsabile nella regione. Vedo Erica Mondini ed il gruppo operativo del Forum per la Pace e i Diritti Umani: un canovaccio fitto fitto di cose da fare e che andremo a proporre alla prossima riunione del Consiglio del Forum prevista a metà febbraio. Ma anche cose già decise da rendere operative: il nuovo sito web con un’impronta alquanto innovativa, il progetto del Cafe de la Paix la cui realizzazione inizia ad entrare nel vivo dopo che l’Itea (che metterà a disposizione il luogo dove verrà realizzato) ha definitivamente deciso di accogliere la nostra proposta, la gestione della nuova sede del Forum in Galleria Garbari a Trento quale spazio (e servizi) a disposizione delle associazioni che vi aderiscono, il percorso che ci porterà alla marcia Perugia Assisi, e – su tutte – la proposta del focus annuale del Forum che segnerà nei prossimi mesi il nostro lavoro. Con il vicepresidente Alberto Pacher ho un lungo elenco di questioni da affrontare su vari argomenti che rientrano nelle sue competenze di assessore ai lavori pubblici, all’ambiente e alla mobilità. Mozioni approvate da attuare, interrogazioni che non hanno ancora trovato risposta, il tema della privatizzazione dell’acqua di cui discuteremo alla Festa Neve lunedì prossimo e l’attuazione degli impegni assunti nell’ordine del giorno approvato in Finanziaria. In particolare propongo al vicepresidente di farsi carico di un’iniziativa presso le regioni italiane che si sono già espresse contro la privatizzazione per attivare un meccanismo referendario o altre iniziative di contrasto al provvedimento approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso. Accanto ad altri incontri, riprende anche l’attività consiliare. Questa settimana si riuniscono diverse commissioni legislative, oggi era la volta della seconda, venerdì della terza, alle quali devo partecipare come componente o in supplenza di consiglieri del nostro gruppo assenti. In questi giorni sono impegnati in Trentino decine di scienziati provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Andalo dove si svolge l’annuale incontro di Isodarco. Iniziativa che viene all’indomani della scelta del governo italiano di ritornare al nucleare. Di questo si discuterà con alcuni di loro nell’incontro previsto alla Sala degli Affreschi (Biblioteca Civica) giovedì alle ore 17.00. Mentre preparo qualche appunto per l’incontro di domani mi chiama il giornalista Paolo Mantovan per chiedermi di partecipare al forum di RTTR che sempre domani sera sarà dedicato alla polemica avviata dalla Lega contro la presenza di lavoratori stranieri nel servizio di pulizia degli uffici consiliari. Si sovrappone ad altri impegni, ma non posso sottrarmi. In fondo Rosarno non è poi così lontana.  
13 Gennaio 2010

venerdì, 13 maggio 2011

... Entriamo così nel vivo del Forum, che riempie di gente l'aula 16 di Sociologia. Un caldo estivo accompagna i relatori, il saluto del preside Dallago che giustamente pone il tema di come il Trentino ancor oggi fatichi a fare sistema nelle relazioni internazionali, l'introduzione dei lavori del presidente della PAT Lorenzo Dellai che dimostra di aver fatto proprie le idee che abbiamo posto nella "Carta di Trento" per una migliore cooperazione internazionale. Dopo il suo intervento, quello della rappresentante del Ministero degli Esteri fa proprio cadere le braccia...
11 Gennaio 2010

lunedì, 11 gennaio 2010

Durante il mattino mi chiama Ali Rashid. Quando ci siamo salutati a Gerusalemme lui aveva un appuntamento alla Knesset, il Parlamento Israeliano, con il rappresentante della comunità araba d’Israele. Paradossalmente la Knesset è forse l’unico luogo politico di dialogo di una comunità altrimenti divisa su tutto. Un dialogo difficile, condizionato dal fatto che il diritto di cittadinanza non è in quel paese uguale per tutti (chi non svolge servizio militare ha meno diritti), ma pur tuttavia si tratta della massima istituzione nella quale è presente anche la componente palestinese, in rappresentanza di territori come la Galilea e alcune città come Gerusalemme dove sono rimaste popolazioni arabe (circa un milione di persone). Negli incontri avuti Ali ha raccontato dei nostri progetti e di un approccio diverso alla cooperazione che valorizzi i territori, i saperi locali, la storia. Mi dice che oggi l’hanno chiamato da Ramallah per confermargli nello specifico che sono molto interessati alla nostra proposta e, più in generale, ad un approccio sulla cooperazione che va oltre l’aiuto. E poi un’altra cosa, che a me sta ancora più a cuore. E cioè che di una figura di cultura e di esperienza come lui hanno ancora bisogno. Non vi nascondo l’emozione. Ali in questi anni ha spesso pagato – nelle vicende interne all’autorità palestinese – la sua grande autonomia di pensiero. Rimaniamo che butto giù un’agenda di lavoro e ci accordiamo di vederci a breve a Milano anche con Moni Ovadia, con il quale è nato un sodalizio importante. Chiamo il presidente Dellai e l’assessore Giovanazzi Beltrami per fissare con loro degli appuntamenti a breve. Devo capire quanto la comunità trentina ha voglia di mettersi in gioco in un progetto di grande rilievo culturale prima ancora che di sviluppo locale. Il primo è partito per Roma, lo sentirò sul cellulare. Lia invece non risponde ma dopo qualche minuto mi invia un sms in cui mi dice di essere in ospedale perché operano sua figlia dodicenne. Eravamo lo stesso giorno in Palestina, dovevamo vederci, ma lei era dovuta rientrare d’urgenza. Ora speriamo che tutto si metta per il meglio. Sento anche Michele Rumiz che da un paio d’anni lavora a Slow Food. La Palestina e i Balcani, terre d’incontro e di scontro, come dice Predrag Matvejevic, "spazi che producono più storia di quanta ne possano consumare". Aree sulle quali stiamo lavorando in vista dell’edizione 2010 di "Terra madre", l’incontro mondiale delle comunità del cibo previsto a Torino nel prossimo autunno. Sono contento che Michele stia lavorando su queste cose, me ne sento un po’ responsabile se penso che qualche anno fa mi venne a trovare per avere qualche consiglio sulla sua tesi di laurea dedicata al tema del turismo responsabile. Stiamo lavorando da qualche mese (credo di averlo già annotato in questi appunti) su un ipotesi di viaggio lungo i sapori del Danubio da realizzarsi nel 2011 ed ora la collaborazione sulla Palestina. Ne dovrebbe nascere un "presidio": si chiama "akoub". Andate a cercarlo su qualche motore di ricerca. Ci vediamo con il comitato promotore di "Politica è responsabilità". Siamo ormai alla definizione dei dettagli e fissiamo il 23 gennaio (ore 11.00 alla Sosat, con ogni probabilità) la data dell’incontro dei "direttori responsabili" per quindici giorni, ognuno chiamato a portare una sua tesi di una cartella e a discuterla con i lettori del nuovo portale. Insomma, dal primo di febbraio si parte. Vorrebbe essere un contributo alla buona politica. Speriamo di riuscirci.  
9 Gennaio 2010

sabato, 9 gennaio 2010

Dopo giorni di grande intensità e di clima dolcissimo, l’aria ed i colori del Trentino sembrano ancora più freddi. L’agenda di questi giorni non è particolarmente intensa, qualche incontro, un sopralluogo al Passaggio Teatro Osele per il progetto "Cafe de la Paix" che finalmente inizia a decollare, la riunione dei tavoli di cooperazione con i Balcani, il riordino delle carte e delle idee per la ripresa dell’attività (se così si può dire quando in realtà non la si è mai interrotta). Mi accorgo, girando in centro città a Trento, che il "Diario alla Palestina" è stato letto da molte persone che quasi si stupiscono del mio essere già qui dopo avermi pensato a Ramallah o Nazareth. Oggi è sabato e ho il primo impegno vero, una mattinata di conversazione con i volontari dell’Operazione Colomba sui temi della pace, della mondialità, della cooperazione internazionale. Ormai si tratta di un appuntamento annuale e quando ho chiesto all’amico Fabrizio Bettini (che da qualche anno organizza questo percorso formativo) se avrei dovuto attenermi ad un argomento in particolare, mi ha risposto "mi fido di te, fai quel che credi". Con un mandato così ampio mi preparo un po’ di appunti, vent’otto cartelle per l’esattezza così da spaziare in lungo e in largo sui temi del nostro tempo. Ma quando di buon mattino faccio mente locale sulla mattinata, cambio idea, metto da parte gli appunti della sera prima e butto giù una sola stringata cartella. Sarà il recente viaggio in Palestina il canovaccio per affrontare i paradigmi del presente: la terra come risposta all’economia virtuale, l’unicità dei territori come risposta alla globalizzazione, la critica dell’umanitario come leva per valorizzare la ricchezza locale, l’interrogarsi sull’autodeterminazione per uscire dal secolo degli stati nazionali, il Mediterraneo e l’Europa come chiavi per individuare uno sbocco politico ad una situazione paralizzata, le molte identità euromediterranee come risposta allo scontro di civiltà, l’elaborazione del conflitto come passaggio fondamentale per la riconciliazione… Nel mio argomentare, temo di dare troppe cose per scontate e di non riuscire a farmi seguire, ma al contrario vedo le giovani persone che mi ascoltano reagire con puntualità e intelligenza. Così, dalle nove e un quarto alle tredici e qualcosa, il tempo vola, non vedo nessuno distratto e gli interventi sono fittissimi. Dopo quasi quattro ore di parole Fabrizio ci richiama al buon senso, ma avverto che ci sarebbero ancora domande da rivolgere o cose da approfondire: qualcuno mi chiede un indirizzo di posta elettronica, qualcuno si annota la bibliografia che ho portato, altri – incuriositi – acquistano "Darsi il tempo" chiedendomi anche qualche parola di dedica. Sfuggire alla retorica, in questi casi, consiglierebbe di scrivere "con amicizia", qual che mi viene dopo una mattinata intensa di lavoro quel che mi passa per la testa è "semplicemente" la necessità di trasmettere esperienze e saperi affinché la storia non ricominci sempre da capo. Una bella mattinata.  
9 Gennaio 2010

sabato, 7 maggio 2011

...La Val Canali è una delle zone più belle del Trentino, specie se baciata da una giornata spettacolare come quella di ieri. Sono qui per l'incontro sugli Ecomusei, nell'ambito del progetto Seenet 2 che si propone di valorizzare l'ambiente e le vocazioni turistiche della regione balcanica. Ospite del Trentino una delegazione di amministratori provenienti dalla Serbia e dal Montenegro. Fra loro l'amico Lazar che non vedo da un sacco di tempo. Con noi i rappresentanti della Comunità di Valle, i responsabili del Parco Paeveggio - Pale di San Martino, i sindaci di Tonadico e di Siror. Sguardi che s'incrociano, la mia nostalgia per quelle terre e per quella lingua (l'unica che sento famigliare), una cooperazione che ti aiuta a stare al mondo...
7 Gennaio 2010

giovedì, 7 gennaio 2010

Sono molte le immagini che porto a casa da questo breve viaggio in Palestina. Alcune sono state raccontate in questo "diario" che oggi si conclude. Altre rimangono dentro. Non so se sono riuscito a trasmettere con le parole quello che ho provato a Gerusalemme, Aboud, Beit Jalla, Ramallah, Cana, Nazareth… nel raccontare non tanto della miseria e delle ferite profonde, ma delle cose belle dalle quali è possibile ripartire. Non sono andato in Palestina con l’intento di portare solidarietà o aiuti. Nella striscia di Gaza, dove non siamo riusciti ad entrare, l’emergenza richiede interventi urgenti e la Provincia autonoma di Trento si sta movendo proprio in questa direzione. Sono tornato qui, dopo esserci venuto poche settimane fa portandomi via l’angoscia del filo spinato e dei muri, per cercare di capire un po’ di più, individuare interlocutori credibili, consolidare buone relazioni e costruirne di nuove. Nel libro "Darsi il tempo" ho definito la relazione come la vera chiave per una cooperazione internazionale diversa, rispettosa e sostenibile. Negli incontri realizzati, tanto nel ministero dell’agricoltura come nella casa dell’amico Tareq, abbiamo raccolto sensazioni e domande, senza la pretesa di avere risposte che infatti sono tutte da costruire. Così facendo si sono aperte molte finestre, speriamo che facciano entrare aria buona. Più che parlare di dialogo e di pace, ci siamo confrontati sulla terra e sui suoi prodotti, sull’acqua e sulle biodiversità. Abbiamo discusso delle radici comuni, della cultura e dei saperi, della storia e delle sue diverse narrazioni. Non di nuovi confini, quelli che ci sono già sono troppi ed insopportabili, né di nuovi Stati che quei confini (e quei muri) non fanno altro che legittimare. E così facendo abbiamo posto la necessità di una diversa agenda della pace. Di cui parleremo a Trento, a fine marzo, in una tre giorni che proverà non a cercare torti e ragioni di un conflitto violento, sordo e senza fine, ma il bandolo di una matassa talmente intricata da richiedere di essere presa in mano con la delicatezza e la fantasia necessarie.  
6 Gennaio 2010

mercoledì, 6 gennaio 2010

La Galilea in questa stagione, a dispetto dell’inverno, è verde come non mai. Un verde che assume diverse tonalità: quello intenso dei prati o dei campi di grano, quello argenteo degli olivi, quello macchiato di rosso dei fichi d’india maturi, quello che sa di mare delle macchie di leccio e quello improbabile dei pini che nascondono storie dolorose di villaggi distrutti. Come a Safuria, nei pressi di Nazareth, dove visitiamo quel che rimane del vecchio cimitero, ultima testimonianza degli "assenti" che un tempo non tanto remoto abitavano quel luogo, ora kibbutz. Qui siamo nello stato di Israele. In Galilea la popolazione araba e quella israeliana – almeno sulla carta – convivono, ma la convivenza non c’è. I palestinesi nelle vecchie case delle città o nei villaggi rurali, gli israeliani nelle città nuove e moderne sorte nelle vicinanze. Società separate, che a mala pena si tollerano, chiuse ciascuna nella propria verità. Non c’è contaminazione, ma solo storie e narrazioni separate. E un rancore cupo, profondo, che il tempo non sembra affatto attenuare. Nemmeno le istituzioni locali sono comuni. Tranne qualche rara eccezione, come nella città di Haifa. Ma a Nazareth c’è il municipio arabo e, totalmente separato, quello di Illit, l’altra Nazareth fatta di palazzi di venti piani. Le scuole sono separate, così le forme di organizzazione sociale, o le istituzioni della sicurezza (nel senso che polizia ed esercito sono rigidamente israeliani). Può sembrare strano, ma con la fine del comunismo sono scomparse anche le pochissime famiglie miste, quando l’ideologia era più forte dell’appartenenza nazionale o religiosa. Incontriamo Ramiz Jaraisy, che di Nazareth è il sindaco. Avvertiamo tensione, in queste ore ci sono state aggressioni contro gli abitanti di un piccolo villaggio arabo e il sindaco stesso non più tardi di due mesi fa è stato oggetto di un attentato presso la sua abitazione, per lui senza conseguenze ma non per altri che lo accompagnavano. Entriamo nel vivo della nostra conversazione, ovvero l’idea di riconciliare quella terra con la vite. Progetto che lui conosce e condivide, il vino di Cana. Sapremo mettere insieme la loro storia e le nostre competenze? Nel succedersi degli incontri, avvertiamo come qui, a dispetto della natura, tutto sia maledettamente difficile. Ripartire dalla "cultura terranea", ci diceva qualche mese fa Giuseppe De Rita di fronte ad un’economia ridotta ad un enorme casinò. Chissà se fra qualche tempo la terra di Galilea si arricchirà anche del verde antico della vite? da Nazareth, 6 gennaio 2009  
5 Gennaio 2010

martedì, 5 gennaio 2010

Ismail Daiq è un stato fino a due anni fa docente dell’Università di Agraria di Gerusalemme. Oggi è ministro dell’Agricoltura dell’Autorità Nazionale Palestinese. Lo incontriamo presso la sede del ministero, a Ramallah. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, iniziamo l’incontro parlando di Mediterraneo e delle giare, antiche di cinquemila anni, ritrovate in Sicilia e che venivano da Gaza in Palestina. Insomma, della storia di  popoli apparentemente così lontani e che invece hanno in comune saperi tramandati lungo le navigazioni, i mercati, le culture religiose. E di Europa, che nella mitologia è figlia di Agenore, re di Fenicia, l’attuale Libano. La storia ci introduce all’argomento di cui vogliamo parlare, la valorizzazione delle produzioni locali di qualità. E di come le nostre comunità possono dialogare e conoscersi nello scambio di esperienze e nel mettere a disposizione gli uni degli altri le proprie competenze. Devo dire che non fatichiamo a capirci, perché troviamo il professor Daiq sulla nostra lunghezza d’onda. Tanto è vero che qualche mese fa ha avviato come Ministero la realizzazione di una "banca delle sementi", per far sì che le specie autoctone possano essere salvaguardate dall’omologazione ma soprattutto dalla concentrazione in poche mani della ricerca genetica sulle specie vegetali, con l’effetto di creare impoverimento, perdita di biodiversità e dipendenza. Non avrei immaginato di poter raccontare della legge provinciale sulle filiere corte approvata pochi mesi fa dal nostro Consiglio provinciale e di ritrovare, proprio qui in Palestina, non solo uno straordinario interesse ma anche un analogo provvedimento legislativo per quanto riguarda l’utilizzo de prodotti locali nelle mense pubbliche. Perché il problema è che oggi gran parte del consumo interno di prodotti alimentari (figuriamoci sul resto) viene dall’importazione. Filiere corte non vuol dire autarchia. E quindi non tralasciamo nemmeno il confronto sui prodotti di qualità che potrebbero trovare uno sbocco di mercato in altri paesi e che costituiscono altrettanti simboli della cultura locale, dal cus cus ai datteri, dall’olio (non è questo il paese dell’ulivo?) al melograno. E, quanto a "genius loci", la terrasanta non è davvero seconda a nessuno. Comunità che s’incontrano, non per parlare di aiuti, ma per confrontarsi e capire che cosa ciascuno può apprendere dall’altro. In paesi ricchi, quand’anche impoveriti. E’ questo il senso del nostro essere qui. da Ramallah, 5 gennaio 2009  
4 Gennaio 2010

lunedì, 4 gennaio 2010

Siamo in Palestina, questo è certo. Anche se la Palestina è oggi più un concetto storico e geografico che altro.  In realtà si fatica a capire se si è nello Stato di Israele oppure nei territori dell’Autorità Nazionale Palestinese, non solo per la labilità dei confini ma anche perché gli stessi territori si dividono in zone (A, B, C) dove il grado di autogoverno e di sovranità cambia radicalmente. Non è, come ben presto ci accorgeremo, solo una questione nominale. Cambia la certezza del diritto, se così si può dire. Lo vediamo ad Aboud, prima tappa della nostra visita. Una piccola cittadina non lontana da Ramallah, ma fino a non molti anni fa ben più importante. Basta visitarne l’area archeologica per capirlo. Là dove un tempo si ricavavano le pietre per le case, si scorgono in mezzo agli olivi (ma senza alcuna indicazione) antichissime tombe romane, realizzate nella roccia e, al di là dell’incuria, ancora ben conservate. Chiedo perché non si propone un progetto di recupero e valorizzazione e Ibrahim che ci accompagna mi risponde che loro nulla possono perché i beni archeologici sfuggono ad ogni suddivisione amministrativa, essendo a totale discrezione del governo israeliano. Colpiscono i simboli scolpiti nella pietra ma una cosa in particolare, il grappolo d’uva. Segno di un genius loci che la storia recente ha praticamente cancellato. Qualcuno però non si rassegna. E così, accanto ad antichissimi ulivi, una cooperativa di giovani ha deciso di coltivare la vite. Piccoli appezzamenti, qualche ettaro in tutto, ma sono pieni di buona volontà e di determinazione. Non è facile perché, mi dicono, quella è zona "C" e infatti, poco distante, stagliano verso il cielo le torrette militari con la stella di Davide. Difficile investire in un luogo dove da un momento all’altro le ruspe possono spazzare via il lavoro di anni, ma loro ci provano. Enzo, che nel campo della vite è un’autorità, dà a questi giovani agricoltori qualche consiglio sulla potatura e subito nasce un confronto serrato. E’ la conoscenza il terreno su cui vale la pena di investire. Da Aboud, Palestina, 4 gennaio 2010  
3 Gennaio 2010

domenica, 3 gennaio 2010

Quando dovevano descrivere un luogo baciato dalla natura, i contadini di un tempo lo chiamavano "Palestina". E ancor oggi in alcune zone della Valle dei Laghi così vengono chiamati quegli appezzamenti di terra che danno frutti speciali come l’uva nosiola per il vino santo, per esempio. Oggi ne comprendo la ragione prima solo intuita. Nonostante sia il 3 gennaio, qui a Gerusalemme c’è un tiepido sole e la terra dà "ogni ben di dio". Il succo dei melograni, il sapore dei mandarini, i datteri che sono altra cosa da quel che noi conosciamo, i profumi e la fragranza delle verdure nei mercati, come l’immancabile mentuccia nel the che ci viene servito con le sfoglie fatte a mano da Zalatimo nella città vecchia, ti raccontano di una terra speciale, al di là di ogni "promessa". Quell’eccesso di storia, paradossalmente, l’ha messa in ginocchio e non la fa sorridere. Riempiendola di filo spinato, mura di cemento armato lunghe centinaia di chilometri, confini assurdi ed angoscianti in un luogo che dovrebbe essere simbolo di pace e di speranza per il mondo intero. Sono a Gerusalemme per una visita che mi porterà nei prossimi giorni a Betlemme e Beit Jala (dove il Trentino sta sviluppando un programma di cooperazione fra comunità), a Cana (in Galilea), ad Aboud e a Ramallah per parlare di diritto all’acqua, di agricoltura e della valorizzazione dei prodotti di questa terra oggi alle prese con un contesto di progressivo impoverimento e con un’economia che rischia di soccombere sotto il peso non solo della militarizzazione del territorio ma anche della globalizzazione. Parleremo dell’acqua, uno dei simboli del conflitto israelo-palestinese, in vista di una Carovana internazionale che il "Contratto mondiale per il diritto all’acqua" promuoverà proprio qui in Terrasanta nei prossimi mesi. Parleremo di cose uniche come l’akoub, una specie di cardo selvatico dal sapore simile al carciofo che qui si raccoglie per farne dei piatti speciali e che Slow Food vorrebbe farne un presidio locale e internazionale. E di vino, nel verificare la possibilità di dar corpo ad un’idea che con l’amico Ali Rashid coltiviamo da tempo di riavviare la produzione dell’uva e del vino di Cana, quello biblico delle nozze che, col tempo e con il prevalere del fondamentalismo religioso, è andato perdendosi. Sono questi altrettanti tratti di un’idea di sviluppo locale fondato proprio sull’unicità dei prodotti di un territorio e sull’identità che ne viene in un tempo dove tutto è omologato, includendo le culture materiali, i saperi e le tradizioni che si sono trasmesse da generazione a generazione, favorendo così la permanenza degli abitanti nelle loro terre. Ed è anche la convinzione che la pace si possa affermare costruendo contesti favorevoli al dialogo, in grado di prevenire la degenerazione violenta dei conflitti. Contesti che da soli, certo, non sono sufficienti perché la pace passa in primo luogo attraverso percorsi di riconciliazione complessi e dolorosi, ma che possono aiutare perché nelle condizioni materiali si gioca la possibilità di guardare al futuro con meno angoscia e rancore. Mentre scrivo questa nota per il "Trentino" vedo i colori del tramonto su questa città straordinaria e mi chiedo se saremo in grado di poter venire qui fra qualche anno solo per il piacere di visitarne i vicoli della città vecchia e di trovare nello sguardo dei vecchi seduti nei loro piccoli bazar quel po’ di pace che oggi non c’è. Gerusalemme, 3 gennaio 2010