19 Febbraio 2010

venerdì, 19 febbraio 2010

Il tema di questa giornata è l’Europa. L’Europa attraverso molteplici suggestioni, quella del Mediterraneo, quella del suo fiume, il Danubio, quella dei conflitti mai elaborati. Racconto a Fausta Slanzi della scelta del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani di indicare l’Europa e il Mediterraneo come traccia tematica che caratterizzi l’azione stessa del Forum nell’anno che viene e anche oltre. E del mio pensare che questa cosa non riguardi solo le realtà coinvolte dal Forum ma la nostra comunità nel suo insieme. Allora perché non immaginare di dedicare il Festival dell’economia del 2011 al tema delle relazioni euromediterranee? La cosa potrebbe avere una straordinaria articolazione attraverso le multiformi espressioni del pensiero e dei saperi materiali che lungo la storia hanno attraversato l’Europa e il suo grande mare. "Mare di mari", come lo definiva Fernand Braudel. L’idea gli piace. Vedremo come cercare di farla diventare realtà. Questa proposta si aggancia alla seconda suggestione europea, della quale parliamo nell’incontro con i responsabili nazionali di Slow Food. Mi raggiungono in ufficio il presidente nazionale della Fondazione Slow Food Piero Sardo e Michele Rumiz che per quella associazione si occupa dell’area balcanica. L’idea è quella di realizzare l’anno che viene un viaggio lungo i territori e i sapori del Danubio. Una navigazione con l’obiettivo di avvicinare i cittadini europei all’Europa, attraverso la conoscenza del suo grande fiume che lungo i 2888 chilometri del suo corso l’attraversa trasversalmente. Il Danubio oggi rappresenta la metafora dell’Europa che non c’è e farlo conoscere attraverso le sue biodiversità potrebbe rappresentare – oltre ad un veicolo importante di sviluppo sostenibile per quelle regioni – anche un contributo alla ripresa di un progetto politico – l’Europa – che oggi non è nelle corde dei suoi cittadini. Progetto ambizioso, non c’è che dire, e che la piccola realtà di "Viaggiare i Balcani" da sola non sarebbe mai in grado di realizzare. Unendo le forze, mettendo in gioco le circa quaranta "comunità del cibo" che si riferiscono a Slow Food nell’Europa di mezzo, coinvolgendo gli amici di Unesco, il sistema trentino e le sue relazioni balcaniche la cosa potrebbe diventare fattibile. L’incontro è molto positivo, c’è comunanza di approccio e di visione. Prendiamo accordi per il progetti di studio di fattibilità, per l’incontro di "Terra Madre Balcani" che si dovrebbe tenere in Bulgaria a luglio, e anche per un’altra cosa, la Palestina. L’idea di costruire anche lì delle comunità del cibo valorizzando i prodotti che quella terra straordinaria produce s’incontra con la richiesta di invito della Palestina all’edizione di quest’anno di Terra Madre a Torino. Ne abbiamo parlato a gennaio con il ministro dell’agricoltura dell’Autorità nazionale Palestinese ed era entusiasta. A maggio verrà in Italia su nostro invito e sarà l’occasione per formalizzare quel gruppo di lavoro comune sulle biodiversità e sui prodotti del territorio che si era deciso insieme di costruire. Ed infine, l’Europa dei conflitti non elaborati. L’occasione per parlarne è la mostra che viene inaugurata al palazzo della Regione sul dramma delle foibe e del conflitto lungo il confine nord orientale. Anni di oblio ed anni di strumentalizzazione politica hanno fatto sì che quelle pagine di storia (e quella tragedia) diventassero motivo di una nuova violenza che s’intrecciava con il dolore vissuto in solitudine dai profughi istriano dalmati. Ho semplicemente ricevuto l’invito all’inaugurazione e sono lì, per testimoniare la mia vicinanza a quel dolore. Mi chiedono invece di prendere la parola come presidente del Forum, accanto all’anziano senatore Lucio Toth che di quella comunità è presidente nazionale e insieme al direttore del Museo storico Giuseppe Ferrandi e all’assessore alla cultura della PAT Franco Panizza. O sono io ad essere cambiato (e un po’ è sicuramente così), ma le mie parole entrano più facilmente in dialogo con le persone presenti nella sala che in altri luoghi dove mi si chiede di dire qualcosa di sinistra. Nel breve incontro, a cominciare dalle parole del presidente Toth, non sarà l’appartenenza nazionale italiana il tratto distintivo, bensì la cittadinanza europea. Nel mio intervento parlo della comunità ebraica sefardita di Sarajevo e Toth al margine dell’incontro mi racconta di un dolce di rose della sua infanzia che proprio della cultura sefardita era parte. E’ proprio vero che la vita, come scriveva Vinicius de Moraes, è l’arte dell’incontro.  
18 Febbraio 2010

giovedì, 18 febbraio 2010

Giornata difficile, dura, ma al tempo stesso istruttiva. Due gli eventi che più di altri possono essere interessanti, la riunione della terza commissione sulla petizione popolare contro la realizzazione a Cadino (Faedo) dell’impianto di biodigestione dell’umido e l’incontro serale a Pergine sulla scuola. Partiamo da Cadino. Si presentano una dozzina di persone in rappresentanza del Comitato civico che si oppone al biodigestore e i rappresentanti del Comune di Salorno. Il loro argomentare è ormai una litania conosciuta che dice in buona sostanza "qui non si deve fare". Giocare sulla paura (l’odore, le polveri, l’inquinamento) e non dire nulla sulla necessità di farsi carico del problema se non spostandolo altrove è insieme fuorviante e irresponsabile. Perché la tecnologia anaerobica ha raggiunto livelli di sicurezza elevatissimi e perché oggi il nostro comportamento – portando fuori provincia a costi elevatissimi l’80% dell’umido prodotto – è irresponsabile. Il problema è che a fronte di atteggiamenti di questo tipo la politica non sa fare altro che rincorrere la ricerca di consenso. Lo abbiamo visto a Lasino, lo vediamo oggi a Cadino. La Lega salta su ogni mugugno, il centro sinistra non sempre ha il coraggio di dire che una politica responsabile è quella che è capace di farsi carico dei problemi. Può essere che ci si sia trovati di fronte a localizzazioni discutibili o ad impianti vetusti (come a Levico), ma se non va bene Cadino dove le prime abitazioni (trenta persone in tutto) distano quasi un chilometro dall’impianto progettato, vorrei capire quale altro sito in Trentino può considerarsi adeguato. A meno che non si pensi di realizzare un impianto in mezzo ai boschi. Il sindaco di Salorno dice di non essere mai stato consultato come se i centri limitrofi a quello dove si vuole realizzare un impianto avessero una sorta di diritto di veto. Anche in questo la somiglianza alla vicenda di Lasino è molto forte: vi immaginate che per una localizzazione di questo genere si debba non solo trovare il sito e convincere una comunità a farsene carico, ma avere anche il consenso dei Comuni vicini? Vorrebbe dire – in buona sostanza – non farne nulla, in altre parole lasciare le cose come sono. Il fatto grave è che questa è ormai la cifra del tempo. Cattiva politica e antipolitica, non sanno far altro che rincorrersi alla ricerca di un facile consenso. Provi a non rincorrere questo cliché sulla scuola, e ti ritrovi addosso gli insulti. Ad usare la politica, l’autonomia come grimaldello per evitare che in Trentino avvenga quel che accade in Italia con le scelte del governo che sui tagli all’istruzione fa cassa, anche qui fra spinte contraddittorie e assetti di potere consolidati, nessuno ti capisce e la cosa viene vissuta come cedimento. Provi a rovesciare il carattere concorrente delle competenze incardinando sull’autonomia scolastica alcuni possibili cambiamenti, e ti scontri con ideologismi e conservatorismi. A Canale di Pergine il Circolo locale del PD promuove un incontro con l’assessore Dalmaso, il consigliere Zeni e il sottoscritto e quel che ne esce è un contraddittorio fra gli autoproclamati "stati generali della scuola" e l’assessora. Non c’è ascolto, c’è la messa sotto accusa. Non serve nemmeno riconoscere che qualcosa non ha funzionato, perché lo schema non lo ammette. Qui non si fanno prigionieri. Non serve nemmeno indicare scenari diversi nei quali provare a leggere la vicenda non della riforma ma dell’emanazione del provvedimento relativo all’ordinamento scolastico del secondo ciclo, perché ho la sensazione che proprio non venga compreso, assorti come si è in una narrazione tanto semplificata da divenire manichea. "Qui siamo in Italia, altro che autonomia…". E’ davvero paradossale che le parti si siano così invertite, le proposte di cambiamento vengono dal governo provinciale e la conservazione di quel che c’è (e che non funziona, perché agli istituti e alle scuole professionali non ci vanno certo i figli dei ricchi) venga dalla protesta. Persino la proposta di un biennio comune dell’istruzione superiore viene avversata, dai più (le corporazioni) come egualitaria (parola inammissibile), da qualcuno come strumentale per nascondere la vera natura del provvedimento. Marta Dalmaso mette in gioco tutta se stessa, devo dire che questa sera mi sembra più convincente di altre volte, rassicura sui tagli che in realtà sono investimenti crescenti, sul personale, persino sul biennio (forse sbagliando), ma non serve a nulla. Io me ne sto zitto fin dopo le 23.30, quando provo ad introdurre una diversa narrazione che parte dall’avversato accordo Pat – Miur con l’allora ministro Moratti (stava lì la vera intuizione) ma non c’è verso. "Fate qualcosa di sinistra" dice qualcuno. "Basta con i soldi alle private" dice qualcun altro, come se in questi anni fossero venuti meno in Trentino i finanziamenti alle scuole pubbliche… Un’antica discussione, che nel tempo si ripropone in forme parossistiche, senza capire che fra il pubblico e il privato c’è tutto il concetto di comunità e che l’unica maniera di ricondurre una parte del privato, quello confessionale, ad un sistema formativo provinciale non discriminatorio è proprio quella di usare lo strumento del finanziamento pubblico. Pubblico – privato, laici – cattolici… è lo schema sempre buono per non capire nulla di questa terra. Una sinistra che non a caso è sempre stata marginale, incapace di uscire dallo schema della disastrosa vulgata novecentesca. E che si autoassolve con l’altro schemino sempre pronto, quello del tradimento. E’ un "deja vu" insopportabile. Quando arrivo a casa sono proprio stanco.   
17 Febbraio 2010

mercoledì, 17 febbraio 2010

All’Osservatorio sui Balcani e Caucaso c’è la riunione mensile dello staff. E’ un po’ che non vi partecipo ma stamattina si discute del programma di iniziative dedicate al tema dell’identità europea che si svilupperà in diverse città italiane nel corso del 2010. E’, quello dell’Europa, un tema che mi appassiona perché credo che questa debba essere la prospettiva politica su cui lavorare. L’Europa come progetto di pace, di cittadinanza democratica, di autogoverno locale, di apertura e di dialogo fra culture. Ben diverso cioè dall’Europa degli Stati nazionali, ciascuno alla ricerca della propria egemonia, fortezza a difesa dei propri privilegi, che approfondisce il solco fra oriente e occidente. Nonostante di Europa si continui a parlare, è pur vero che l’idea originaria, quella dell’Europa come progetto politico sovranazionale e delle regioni, delle minoranze dunque, capace di elaborare il suo drammatico Novecento e anche per questo di pace, non sembra essere nelle corde dei cittadini europei, che tali non s’avvertono se non in sottrazione rispetto ad altre cittadinanze europee. Occorre, per questo, uno sguardo lungo sulla storia. Leggere Fernand Braudel, "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II", appare oggi più che mai utile per comprendere la nostra di età. L’elaborazione delle vicende storiche che riappaiono come fantasmi nella nostra vita quotidiana, in forma di paure, razzismo o altro ancora. In questi giorni in cui del tema della memoria si riempiono le pagine dei giornali, dovremmo chiederci quanto i cittadini europei hanno elaborato la loro storia, un’identità che è in continuo divenire perché prodotto dell’incontro fra culture in continua contaminazione. Quanto hanno elaborato dell’Olocausto e della colpa verso il male assoluto. Quanto hanno saputo leggere dalle lezioni che venivano dai Balcani nei recenti anni ’90. Di queste storie dovremmo parlare. Osservare i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso non serve solo a conoscere e cercare di descrivere un’area di prossimità, significa osservare se stessi, guardarsi dentro. Perché mai il Novecento europeo nasce e muore a Sarajevo? Ed è forse questa la ragione per cui c’è invece rimozione. Se ne va tutta la mattinata. E’ un piacere rivedere gli amici di OBC, è come rituffarsi in un contesto di cui avverto una grande mancanza. Risalgo a Trento. Quarta Commissione fino alle 17.00, un incontro sulla questione dei biodigestori con un tecnico del depuratore di Trento che ha chiesto di parlarmi, la riunione con alcuni tecnici e insegnanti dell’Istituto Agrario di san Michele all’Adige ed esperti vitivinicoli sulla Palestina, un salto casa e poi, dopocena, al centro civico di Sopramonte dove c’è l’incontro della maggioranza della circoscrizione sul tema della cava di Cadine, fotocopia di tante altre contraddizioni e di tante altre paure per certi versi giustificabili, per altre ascrivibili in larga misura alla logica del "non nel mio giardino". Come non capire che sulla paura si sedimenta solo antipolitica?  
16 Febbraio 2010

martedì, 16 febbraio 2010

Martedì grasso, scuole chiuse, analogamente a molti uffici pubblici e negozi del centro di Trento. Nonostante l’affollamento del Carnevale non avverto gioia nelle strade, né l’ironia verso i potenti, quasi che anche la trasgressività della festa in maschera avesse preso anch’essa la piega della ritualità, come se fosse venuta meno la capacità di guardarsi con gli occhi degli altri. Il Carnevale così non arricchisce, fotografa piuttosto la disabitudine alla trasgressione quanto alla meraviglia. Tutto è dato, tutto è scontato. Con questi pensieri e approfittando del mio trovarmi in anticipo rispetto all’incontro previsto alle 18.OO, mi permetto due passi per il centro città. Spero di non trasferire stati d’animo sulla realtà, forse è semplicemente il grigiore della giornata, ma ho come l’impressione che le persone che incontro per strada "aspettino la pioggia per non piangere da soli" come recitava Fabrizio in "Storia di un impiegato". Atomizzazione sociale e solitudine sono tratti del nostro tempo, ciascuno chiuso nel proprio particolare o nel proprio rancore. Ma per fortuna il Trentino è anche tante altre cose. Ad esempio, sono le persone che incontro al gruppo consiliare, in rappresentanza dell’Associazione per lo sviluppo sostenibile dell’Alta Val di Non che raggruppa amministratori dei nove comuni della zona, realtà della società civile, organizzazioni dei contadini e di altre categorie. Una sorta di "patto territoriale" sgombro da furbizie e particolarismi, immaginato per dar voce alle espressioni della creatività, della qualità e della fantasia del territorio. Il focus dell’incontro è la legge recentemente approvata sulle filiere corte  e l’educazione al consumo consapevole e come questa potrà essere attivata sul territorio per favorire le produzioni di qualità, la loro commercializzazione, la possibilità di fare sistema territoriale. Sono con me anche Michele Ghezzer, Edoardo Arnoldi ed Enzo Mescalchin, parte del gruppo di lavoro con cui abbiamo costruito la legge. E’ forse la prima volta che affrontiamo – a partire da una concreta realtà – le possibili ricadute della legge e ci rendiamo conto di quanto ancora ci sia da fare per trasformare le disposizioni legislative in azioni concrete. E di come un provvedimento legislativo debba corrispondere alla crescita culturale di una comunità, nella consapevolezza che i comportamenti virtuosi possono arrivare là dove la legge s’infrange di fronte al conservatorismo. Fra i miei interlocutori ci sono atteggiamenti diversi, quelli più rigorosi e forse ideologici, come quelli più pragmatici di chi pensa all’attivazione di reti alternative. In mezzo il valore (e la fatica) della contaminazione, di chi non teme il corpo a corpo con la grande distribuzione o la cooperazione organizzata, nonostante queste siano vissute spesso come modello di sviluppo insostenibile. Non v’è dubbio, c’è di che lavorare… La discussione, accesa, si protrae fino a tardi e quando usciamo dall’ufficio nelle strade rimangono solo i coriandoli e quegli odiosi filamenti di plastica che non ho idea di come si chiamino e che hanno preso il posto delle stelle filanti.  
15 Febbraio 2010

lunedì, 15 febbraio 2010

Al mattino lavoro in ufficio, fra documentazione consiliare e telefonate varie. Nel pomeriggio c’è riunione del Gruppo ma, essendo a ranghi ridotti (francamente questa cosa del ponte di Carnevale non la capisco) facciamo semplicemente il punto sull’ordine del giorno del prossimo consiglio e discutiamo di una proposta di legge per garantire una forma di copertura assicurativa al volontariato trentino. Sono quasi 50 mila le persone a vario titolo impegnate in associazioni di volontariato riconosciute (praticamente un cittadino su dieci) ma si tratta a mio avviso di un dato sottostimato rispetto ad una realtà ben più vasta. Pongo la questione affinché si possano individuare categorie di volontariato effettivamente a rischio. Conosco il problema da vicino, in tutti questi anni di impegno nella solidarietà internazionale è sempre andato tutto bene, qualche piccolo incidente, ma niente di che. Eppure le situazioni a rischio nelle quali ci siamo trovati sono moltissime, e la copertura per anni è stata pressoché zero. Poi un po’ ci si è attrezzati, ma i mezzi a disposizione delle associazioni sono limitati e di conseguenza anche le assicurazioni coprono relativamente. Il problema per una comunità che intende favorire il volontariato come tratto distintivo della propria identità sociale è dunque reale, anche se non è facile trovare una giusta misura che eviti sprechi o condizioni di privilegio. Nel secondo pomeriggio c’è la riunione del Consiglio della Pace e dei Diritti Umani, praticamente il Consiglio del Forum. Mi consola vedere che nonostante l’aria di festa che c’è in giro, gran parte dei consiglieri siano presenti. L’ordine del giorno è nutrito e non abbiamo il tempo di svilupparlo per intero. Concentriamo dunque l’attenzione su tre punti. Il primo riguarda il Centro di formazione alla solidarietà internazionale. Ne ho parlato in questo diario nei giorni scorsi. Ora come Forum dobbiamo indicare il nome della persona che andrà a far parte del Consiglio di Amministrazione del Centro, insieme ai rappresentanti della PAT, dell’Università di Trento, della Federazione trentina delle Cooperative, delle Associazioni di volontariato internazionale, della Fondazione Campana dei Caduti, di OCSE, e d’altro canto, delle due persone che faranno parte del "Gruppo di progettazione". Jenni Capuano, direttrice del Centro, ci espone le attività e i programmi. Con lei affrontiamo anche le possibili sinergie che vorremmo mettere in campo. Sarà Alberto Conci a rappresentarci nel CdA, mentre Francesca Vanoni e Mauro Cereghini continueranno a far parte del gruppo di progettazione. Il secondo punto all’ordine del giorno è l’individuazione del tema annuale che dovrebbe caratterizzare l’azione del Forum. Avanzo la proposta che il tema, in realtà un po’ più che annuale, sia l’Europa e il Mediterraneo come idea di pace. L’Europa è oggi un progetto in crisi. Un’Europa senza i cittadini, se pensiamo alla scarsa partecipazione (43% degli eventi diritto, vedi il pdf nella home page) alle elezioni del Parlamento Europeo nel 2009; un’Europa che nell’immaginario collettivo è dimezzata (di quale Europa parliamo, quella a 27 stati dell’Unione Europea o quella a 47 del Consiglio d’Europa?); un’Europa senza politica europea (quella degli Stati che non cedono sovranità o quella delle Regioni quale progetto sovranazionale?). L’Europa di cui abbiamo bisogno è una proposta di pace, in grado di riflettere sul suo ‘900 e le tragedie che l’hanno attraversata non solo nel passato ma anche nel presente, capace di ricomporre la frattura storica fra oriente e occidente, come luogo d’incontro delle tante minoranze che la compongono e di dialogo con il grande mare che la circonda, attraverso il quale si sono intrecciati storie, saperi, identità culturali e religiose. Un tema vastissimo, sul quale propongo di dar vita ad un gruppo di lavoro del Forum e di articolare un programma di iniziative culturali che vedano protagonisti anche i soggetti in rete con il Forum. Non solo convegni, tanto per capirci, promovendo iniziative che possano servire a far crescere la consapevolezza che la nostra identità nasce dall’incontro di identità diverse che hanno avuto proprio nel Mediterraneo lo spazio dell’incontro e, talvolta, dello scontro. La proposta suscita un intenso dibattito, tutti i presenti condividono l’idea e ci mettiamo al lavoro. Infine, terzo punto, la marcia Perugia Assisi. Il 16 maggio coincide con le elezioni amministrative nei Comuni del Trentino e non sarà facile organizzare la partecipazione. Decidiamo quindi di immaginare un nostro percorso di avvicinamento, affinché se ne parli non tanto per i contenuti – piuttosto generici – della piattaforma 2010 ma all’insegna della conoscenza del pensiero di Aldo Capitini, nel cercare di inverare il messaggio originale che il 24 settembre 1961 (quasi cinquant’anni or sono) Capitini si propose nel promuovere un evento che è entrato a far parte della storia del nostro paese. Un percorso culturale che ci porterà a fine mese nel seminario alla Cittadella di Assisi e poi sul territorio. La giornata si conclude alla sede del PD del Trentino, dove è convocata l’assemblea degli eletti alle elezioni primarie. Due lunghe relazioni, quella del segretario Michele Nicoletti sul quadro politico nazionale e locale, con una particolare attenzione ai temi della scuola e dell’ambiente, e quella di Roberto Pinter sulle elezioni amministrative, sugli incontri in corso, sulla tenuta della maggioranza provinciale ma anche sulle sue contraddizioni. Avrebbero forse meritato ciascuna uno spazio di confronto più ampio.   
15 Febbraio 2010

martedì, 27 settembre 2011

...In mattinata parlando con il vicepresidente Alberto Pacher gli dicevo che è incredibile come, in un contesto dove la Confindustria, le organizzazioni sindacali, la Conferenza episcopale italiana hanno staccato la spina al governo, con il mondo intero che ride del nostro premier, non si riesca a far crescere un'alternativa. Il fatto è che manca clamorosamente un progetto che la gente possa vedere come credibile e radicalmente diverso da questa Italia nelle mani di personaggi da operetta. Durante la trasmissione Giovanni Floris rivolge pressoché la stessa domanda ad Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD. Non sa che dire se non che Berlusconi è avvinghiato al potere e che il PD è pronto. Ma se nei sondaggi il centrodestra va a picco e il centrosinistra non cresce, ci sarà pure di che riflettere? ...
13 Febbraio 2010

martedì, 20 settembre 2011

La notizia nella notte è che l'agenzia Standard & Poor's ha abbassato il rating sul debito italiano dell'Italia portandolo da A+ ad A, non escludendo che possano esserci ulteriori tagli nel giro di 12-18 mesi qualora non vi fossero segnali di ripresa. Ma l'aspetto forse più stringente sono le ragioni del declassamento che riflette non solo la situazione finanziaria ma anche «la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all'interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare la capacità dell'esecutivo di rispondere con decisione a un contesto macro-economico interno ed esterno difficile»...
12 Febbraio 2010

venerdì, 12 febbraio 2010

L’assessore Marta Dalmaso incontra alle 9 del mattino i consiglieri provinciali della maggioranza, al fine di aggiornarci sulle vicende della scuola alla luce delle ultime disposizioni del Ministero della pubblica istruzione. La riunione è la conferma di quanto fumo sia stato fatto per un atto amministrativo che aveva il solo lo scopo di migliorare i (pesanti) provvedimenti nazionali – in virtù delle competenze concorrenti che lo Stato Italiano ha in materia di monte orari e di programmazione dei cicli scolastici – introducendo alcune scelte di qualità come il biennio comune alle superiori. Il che avrebbe comportato – com’è ovvio – il taglio di alcune ore in alcune materie ed il potenziamento di quelle relative alla formazione generale. C’è nel mondo della scuola, inutile nascondercelo, un clima di grande conservazione. La legge 5 sull’autonomia scolastica è ampiamente avversata, perché vuol dire maggiore assunzione di responsabilità, più richiesta di innovazione e di capacità progettuale. Le materie non si toccano, soprattutto quelle che hanno maggiore potere contrattuale. Gli istituti tecnici, pur nella loro dequalificazione, non possono essere messi in discussione. I posti di lavoro, che si lavori bene o male poco importa, sono materia inaffrontabile e sulla qualità della formazione non c’è – in buona sostanza – alcuna verifica. Se un ragazzo non va bene, cavoli suoi. Mica è cosa sulla quale gli insegnanti devono interrogarsi… Di questa conservazione il "palazzo" ne approfitta per mantenere le proprie prerogative di potere burocratico, buona parte della politica tende a cavalcarla, gran parte dell’informazione pure. Della scuola si parla anche in serata, nella commissione di lavoro appositamente convocata in sede del PD del Trentino. Presenti una quarantina di docenti e dirigenti scolastici e devo dire che finalmente c’è un luogo dove se ne discute in maniera competente e non strumentale. Mi chiedo perché questo patrimonio di esperienze e di sapere non si è messo in moto subito per chiarire l’orizzonte dei provvedimenti, porre un argine al corporativismo e fermare l’opera di disinformazione… Mi vengono in mente i titoli dei giornali: "No allo sfascio della scuola trentina" e mi chiedo quale disegno sottacevano… Rimane il fatto che la scuola, anche quella trentina, richiede riforme profonde ed in primo luogo di dare piena attuazione alla riforma che abbiamo varato (la Salvaterra) e che è rimasta lettera morta. Su questo credo che il PD del Trentino dovrebbe mettere in cantiere un lavoro sistematico a cominciare da un convegno di bilancio. Ne saremo capaci? L’altro tema della giornata è dedicato al progetto "Politica è responsabilità" (vedi il riferimento nella prima pagina di questo sito). Mano a mano che ne parliamo ne affiniamo il profilo e gli strumenti: il sito web è praticamente pronto, si tratta ora di definire l’indice dei temi che verranno trattati nel corso dei prossimi dodici mesi nelle 26 tesi tematiche che saranno poste, una ogni quindici giorni, all’attenzione della rete. L’indice richiede che tutti coloro che hanno dato la disponibilità ad essere "direttori responsabili per 15 giorni" indichino il tema che intendono sviluppare. Con il gruppo promotore affrontiamo i mille altri accorgimenti che in questa sede vi risparmio. Rimane il fatto che il tema della formazione di una nuova classe dirigente sia oggi all’ordine del giorno e credo che il nostro progetto rappresenti una delle rare proposte sul tappeto per cercare di trovare delle risposte. Vedremo. La giornata si conclude a Mezzolombardo, dove ci troviamo con Paolo Fedrizzi a parlare del sistema sanitario trentino e del futuro dell’ospedale di zona, recentemente chiuso per rischio di crollo. Paolo fa il medico di base da quarant’anni, una grande professionalità quindi, ma ciò che più mi colpisce nelle sue parole è l’umanità, è il fatto che i pazienti non sono numeri ma ognuno una storia, una vita, una sofferenza, una solitudine di fronte alla morte. Il che non è affatto scontato. Mi parla di un’anziana signora che ha accompagnato nei suoi ultimi minuti il giorno precedente, della sua serenità, dell’opportunità di crescita che quelle ore hanno rappresentato per i famigliari che l’hanno assistita. Lui teme la disumanizzazione del sistema, l’efficientismo tecnocratico dei grandi numeri, lo sradicamento delle persone malate dal territorio e dalla vicinanza ai loro parenti, il trasformarsi della sua stessa categoria in dispensari di ricette. Devo dire la verità, sono entrato in quella casa pensando una cosa e ne sono uscito con molti dubbi e con un’idea in parte diversa. Erano tanti anni che non vedevo Paolo, l’ho trovato chiuso nel suo mondo ma anche molto stimolante. E così abbiamo fatto le undici passate anche questa sera.   
11 Febbraio 2010

giovedì, 11 febbraio 2010

Giornata lunga ed intensa di impegni. Torno a casa che è quasi mezzanotte, stanco ma soprattutto seriamente preoccupato. La riunione con il Circolo del PD di Borgo Valsugana, alla quale ho partecipato insieme al segretario Michele Nicoletti e al capogruppo Luca Zeni, è un affresco del disorientamento che c’è in giro. Il tema della serata non è ben definito ma in buona sostanza si parla del le vicende che hanno sconquassato la valle attorno all’inquinamento ambientale e più in generale delle politiche ambientali del partito. Dalla breve introduzione del segretario del Circolo agli interventi che si susseguono è un lungo ed indistinto lamento verso l’operato della giunta e verso un partito incapace di far sentire il proprio peso.  Dalle loro parole si evince come la comunicazione segua semplicemente le cronache giornalistiche, e per altro distrattamente. Di quel che si fa sul piano consiliare (dal Colbriccon allo stop verso i tentativi di sfruttare l’acqua del Garda per farci business, dall’indagine della terza commissione alle proposte che ne sono emerse per difendere il nostro territorio dall’inquinamento ambientale, dal no al nucleare all’acqua come bene comune…) non c’è traccia. E’ come se l’antipolitica che viene seminata a piene mani non trovasse anticorpi nemmeno nei luoghi della politica. Il che mi porta a dire che servono strumenti efficaci di comunicazione e mi conferma nell’urgenza di attrezzarsi per ricostruire – attraverso percorsi formativi ad ogni livello – una nuova classe dirigente. Ci si lamenta di essere lasciati soli, in un quadro dove le responsabilità amministrative ricadono immediatamente – vista la figura di Pacher – sull’immagine del partito. C’è delusione, nessuno si fa vivo. Nel mio intervento provo a rispondere, non per difendere qualcuno ma per cercare di mettere a fuoco l’attività amministrativa dall’azione politica. E per dire che deve essere l’organizzazione territoriale a pianificare la presenza dei consiglieri sul territorio. Avverto che il mio sguardo su una dimensione collettiva del partito fa a pugni con la logica del partito/immagine, che poi è anche del partito/delega.  E poi altre logiche ancora, molte volte legate alle vecchie dinamiche di appartenenza. Il risultato che siccome "non è dei nostri" non lo chiamiamo.  Tant’è vero che le uniche persone che in questi mesi mi hanno chiamato ad un dibattito su Monte Zaccon e Acciaieria sono state le consigliere del gruppo di minoranza di Roncegno.  Affrontando una sala potenzialmente ostile alla maggioranza e che pure ha accolto le cose che ho detto sul futuro della Valsugana con attenzione e condivisione. La mia impressione è che paghiamo anni di vuoto nella discussione politica. Preoccupazione politica che condivido con Nicoletti nel scendere verso Trento. Un cortocircuito che non si supera con l’attivismo, ma con strumenti efficaci. E forse anche rivolgendo lo sguardo ad una dimensione più ampia, nel quadro di un impegno dove il partito è solo una parte dell’orizzonte di ognuno, dove l’impegno culturale e sociale non è altro. Questo diario credo lo testimoni concretamente. Anche di una giornata come questa, iniziata di primo mattino con l’appuntamento con Jenni Capuano, direttrice del Centro di Formazione sulla solidarietà internazionale, ambito ancora poco conosciuto che ha assorbito le attività formative sulla cooperazione internazionale che facevano capo all’Unip, alla Federazione delle Cooperative e all’Università di Trento e che coinvolge anche la sede di Trento (unica in Italia) di Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) oltre ovviamente alla PAT. Un lungo e mi sembra fruttuoso confronto nella sede che un tempo fu il convento degli Agostiniani. Proseguita trovandoci al gruppo con Michele Ghezzer, Diego Pancher, Luca Zeni e Roberto Pinter per discutere delle elezioni comunali di Mezzocorona, dove il centrosinistra deve ricostruire la propria presenza politica ed istituzionale. Quasi centocinquanta persone hanno partecipato alle primarie del PD del Trentino, un potenziale straordinario, ma il partito non c’è. Lo stesso si potrebbe dire per l’UpT… Se vogliamo un cambio politico alla guida dell’amministrazione è necessario che i partiti della coalizione provinciale trovino una candidatura a sindaco e un programma condivisi. Con il via vai di persone che passano dall’ufficio del gruppo (che fa da supplenza ad una sede fuori mano ma soprattutto dove fai fatica a trovare interlocutori con i quali parlare). Fra queste Victoria Gomez, così , solo per il piacere di darmi un saluto. Ci dedichiamo pochi ma intensi minuti dove le parlo del mio recente viaggio in "Terrasanta", le butto lì qualche suggestione mediterranea che tocca le sue corde latine, lei di origine spagnola e cittadina del mondo. Rimaniamo per una "paella" da mangiare all’aperto non appena la primavera lo consentirà.  Infine nel tardo pomeriggio mi raggiungono Eugenio, Luca e Daniele per una riunione del gruppo di lavoro di Viaggiare i Balcani. Finiamo verso le 19.30 e il resto della serata già lo conoscete. In Valsugana scende una fitta nevicata, così anche le acciaierie sono un po’ meno grigie. Stamattina la Giunta provinciale ha reso noti i primi dati di analisi dei terreni in prossimità dello stabilimento e sono tutte nella norma, il che è bene ma non risolve affatto il problema di un insediamento insostenibile. Tanto che la Giunta ha proposto di istituire un gruppo di lavoro che da subito sarà impegnato nello studio della riconversione dell’area. Esattamente quel che avevo proposto tre mesi fa.  
10 Febbraio 2010

mercoledì, 10 febbraio 2010

Nel corso di questi ultimi anni ho avuto una particolare attenzione al tema delle foibe. Molti dei viaggi di studio realizzati nell’ambito di percorsi formativi che avevano a che fare con l’elaborazione del conflitto e la memoria partivano proprio da Trieste e dalla volontà di togliere il velo che ricopriva (e ancora ricopre) le vicende che hanno segnato il conflitto lungo il confine nord orientale del nostro paese. Lo facevo quando ancora la "giornata del ricordo" nemmeno esisteva e a parlare di foibe era solo qualche studioso. Oltre, ovviamente alla comunità degli esuli immersi in un dolore spesso considerato ingombrante. Anche per questo, nel collettivo di Osservatorio Balcani e Caucaso ho proposto negli anni scorsi di prendere in mano coraggiosamente questa vicenda, cercando di sottrarla ad una memoria usata come clava politica, come purtroppo è quasi sempre avvenuto e ancora avviene. Ne è nato un lavoro molto importante, di grande equilibrio e serietà nella documentazione: un DVD multimediale dedicato alle scuole superiori, uno strumento che davvero consiglio ai docenti e agli studenti che intendono trattare questo argomento in maniera non superficiale. Chissà perché, quest’anno, non ho voluto scriverne nulla. Forse avverto un overdose di retorica della memoria, di cui ha recentemente scritto anche su queste pagine l’amico Giuseppe Ferrandi. E perché temo la ritualità del parlarne a comando e non come tratto di una riflessione che dovrebbe rientrare a pieno titolo nei percorsi non solo della didattica ma nell’educazione permanente. Anche di questo mi trovo a parlare in un colloquio con il presidente Dellai. Ho una fitta scaletta di questioni da porgli che spaziano dall’attività legislativa ai rapporti internazionali, primo fra tutti il fatto che la nostra autonomia sta diventando un punto di riferimento crescente nella ricerca di soluzioni di pace a conflitti regionali, dal Kosovo al Tibet, dalla Palestina allo Xinjiang… In questo cantiere c’è anche la preparazione di un disegno di legge sull’educazione permanente. Le leggi possono anche non servire, a volte proprio non servono, ma qui se non interveniamo nel facilitare l’approccio alla conoscenza ho paura che la deriva dell’imbarbarimento sia troppo forte per affrontarla con il contagio – che ne so – della buona lettura. I processi di trasformazione sono così rapidi che il bagaglio di conoscenza di ciascuno di noi diventa in fretta obsoleto. E questo vale per la cultura generale come per le competenze professionali. Nessuno può più permettersi, se vuol far bene il proprio lavoro, di vivere di rendita: insegnare oggi è altra cosa di vent’anni fa, così fare l’assistente sociale e, vorrei dire, qualsiasi altro mestiere. Leggere un libro, andare a teatro, fare un viaggio … mettere in campo nuove esperienze professionali, realizzare le condizioni per una intelligente flessibilità sul lavoro, essere disponibili al cambiamento … potrei continuare a lungo ma è così che una comunità si attrezza ad abitare il proprio tempo. Impossibile mettere tutto questo in una legge, ma interrogarsi su quel che può essere utile mettere in campo per creare condizioni favorevoli alla conoscenza in ogni fascia d’età, questo forse è possibile. Madrano è un piccolo centro che s’incontra lungo la strada che sale verso l’altipiano di Piné. Attorno al piccolo cimitero una folla di amici provano ad essere di conforto a Maurizio, Teresa e Margherita che hanno perso la loro compagna e mamma Cristina. E’ accaduto tutto così in fretta che l’incredulità si legge nei volti dei presenti, che percepisco come una comunità di persone un po’ così com’era Cristina: attenta, rigorosa, esigente, dolce. Non ci frequentavamo, ma me ne vado via con la sensazione di una perdita grande quanto irrimediabile. Un paio d’ore più tardi sono a Torbole. I promotori della legge sul Parco Agricolo dell’Alto Garda mi aspettano per capire che cosa si può fare affinché ne sia data applicazione. Approvata un anno e mezzo fa è nel frattempo rimasta lì, sulla carta, in attesa di una Comunità di valle che ancora non c’è. Proprio in mattinata ne avevo parlato con Dellai, sollecitandolo a farsene carico, sia perché la legge prevede che scaduti diciotto mesi è la Pat a doverlo fare, sia per avere certezza di quale ambito dell’amministrazione provinciale ne seguirà l’attuazione. Il confronto è interessante ed investe l’insieme delle politiche per l’agricoltura trentina, che vive una fase di grande incertezza. La giornata si conclude a Rovereto, a casa di Erica, dove ci troviamo per parlare delle attività del Forum per la Pace e di Palestina. E per un’ottima cena. Quando finiamo è abbastanza tardi, arrivo a casa e la pioggia nel frattempo si è trasformata in una fitta nevicata, il che aiuta a chiudere la giornata con un briciolo in più di serenità.  
9 Febbraio 2010

martedì, 9 febbraio 2010

Giovedì e venerdì i primi sintomi, sabato sera e domenica febbre alta, lunedì e martedì a letto nel cercare di dargli la volta con aspirina, tisane e inalazioni. Tutti gli impegni (prima commissione regionale, terza commissione provinciale, consiglio regionale e appuntamenti vari) cancellati senza che caschi il mondo, a testimoniare tante cose, in primo luogo che il delirio quotidiano nel quale siamo immersi è una nostra costruzione mentale e che alimentiamo per tenerci vivi. Anche per questa ragione, passata la febbre, agli appunti sulle cose da fare preferisco un libro. Dal mucchio di quelli ai quali assegno una qualche priorità tiro fuori "La pulizia etnica della Palestina" di Ilan Pappe (Fazi editore). E’ la cronaca ragionata della Nekba (la catastrofe del 1948), la cacciata dei palestinesi dalle terre che avevano abitato e coltivato da sempre, ma con un accento insolito: a parlare è uno scrittore israeliano, nato ad Haifa nel 1954, figlio di coloni olandesi sfuggiti alla persecuzione nazista. Un titolo forte, diciamo pure "politicamente scorretto", ma straordinariamente documentato e doloroso, per chi lo scrive innanzitutto. «…Ora si chiama Yoqneam; qui avevano comperato terreni alcuni ebrei olandesi nel 1935 prima di "incorporare" nel loro insediamento nel 1948 i due villaggi palestinesi evacuati. Anche il vicino kibbutz di Hazorea si è preso della terra. Yoqneam è un luogo gradevole perché vi scorre uno degli ultimi fiumi di acqua pulita nella zona di Marj Ibn Amir. In primavera l’acqua sgorga abbondante attraverso un bel canyon giù per la valle, come una volta quando arrivava alle case di pietra del villaggio. Gli abitanti di Qira lo chiamavano fiume Muqata; gli israeliani lo chiamano "fiume della pace". Come tanti altri paesaggi in questa zona di attrazione ricreativa e turistica, anche questo luogo nasconde le rovine di un villaggio del 1948. Con mia grande vergogna, mi ci sono voluti anni prima di scoprirlo». Un professore universitario, uno scrittore, un attivista per i diritti umani. Che non teme di descrivere la nascita del proprio paese come il prodotto di un crimine contro l’umanità, perché così è riconosciuta dal diritto internazionale la "pulizia etnica". Insomma, un traditore. Una narrazione, certamente. Ma che rovescia le parti perché viene dalla coraggiosa (e costosa) ricostruzione di come sono andate le cose negli anni che portarono alla nascita dello Stato di Israele, da una persona che cerca la verità senza spogliarsi della propria appartenenza. Nella documentazione, un’infinità di nomi di villaggi palestinesi, ogni tanto mi soffermo su qualcuno di questi, associandolo con le immagini ancora vive dei luoghi dei miei recenti viaggi. Di uno in particolare, Lifta. «Fino a cinque anni fa, quando una nuova strada collegò la Gerusalemme – Tel Aviv ai quartieri settentrionali ebraici di Gerusalemme – costruita illegalmente su territorio occupato dopo il 1967 – entrando in città si vedeva a sinistra, abbarbicate sulla montagna, una serie di belle case  antiche, ancora intatte. Ora non ci sono più, ma per tanti anni sono stati i resti del pittoresco villaggio di Lifta, uno dei primi sottoposti a pulizia etnica in Palestina … un bell’esempio di architettura rurale , con strade strette che correvano parallele ai pendii delle montagne …». Lifta è il villaggio della famiglia del mio amico Ali, come non vedere l’angoscia nei suoi occhi quando mi indicava i luoghi delle sue radici. E’ andata così. E in tanti altri modi, a partire dal dolore di ciascuno. Riconoscere ed elaborare il conflitto, le vicende della storia, anzi delle storie, non per cacciare qualcuno da qualche luogo (oggi quella è la terra di tutti quelli che la abitano), ma semplicemente perché la pace (e la riconciliazione che ne è il presupposto) richiedono un’elaborazione che vada oltre la storiografia ufficiale dei vincitori. Se così non sarà, rimarrà (e rimane) il rancore. Il tempo non farà altro che ingigantire (per quanto possibile) l’incomunicabilità. Mentre leggo il testo di Ilan Pappe, penso alla fatica nell’organizzare l’evento che abbiamo in animo di promuovere a fine marzo con la Provincia di Trento che abbiamo intitolato "Officina Medio Oriente", nella promozione del quale si è scelto di coinvolgere anche le associazioni di amicizia fra Italia e Israele. Non so se ne uscirà qualcosa di utile, sempre che ci riusciamo di mandarla in porto. Ma sarà certamente un’officina di educazione alla pace per ognuno di noi. Immerso in questi pensieri, mi giunge la telefonata di Luca che mi dà una triste notizia, se ne è andata Cristina Boglia. Lavorava ad Eurac, l’Accademia di Bolzano. Impegnata da tempo in progetti europei, Cristina era stata nel 2000 e per un anno intero l’interfaccia sudtirolese nella costruzione dell’Osservatorio sui Balcani. Poi era rientrata in Accademia dove ancora era impegnata professionalmente, ma se quell’impresa è diventata il più importante centro (italiano ed europeo) di informazione e ricerca sull’Europa orientale è anche un po’ merito suo. Un tumore se l’è portata via a quarantacinque anni, lasciando Maurizio e le piccole Teresa e Margherita. Che tristezza.  
8 Febbraio 2010

lunedì, 27 maggio 2013

... Nonostante siamo alla fine di maggio al passo del Redebus che separa la valle dei Mocheni e l'altipiano di Piné nevica copiosamente. Sabato mattina sono lì con l'assessore Mauro Gilmozzi per ascoltare alcuni giovani di Palù del Fersina che intendono investire sul loro futuro in loco, tanto come piccoli imprenditori che come amministratori locali. Ma che si scontrano con interessi non sempre leciti e una burocrazia che non aiuta. Parliamo di strade, di sostenibilità e di valorizzazione delle unicità che questa valle può dare. Vedere questi trentenni, competenti e che amano il loro lavoro e la loro terra, mi dà qualche speranza. Il pranzo che ci preparano ci racconta di tutto questo (davvero ottimi i rufioi).