Lungo i confini del Novecento
Diario del 4° itinerario del "Viaggio nella solitudine della politica"
Come Predrag Matvejevic scrive a proposito dei Balcani, citando una famosa osservazione di Churchill, potremmo dire che stiamo viaggiando lungo un limes – quello nordorientale adriatico – che ha prodotto più storia di quanta non riesca a consumarne.
E se questo è vero per la notte dei tempi, per il Novecento lo è ancora di più, per il condensarsi in questo angolo di mare delle tragedie che lo hanno attraversato, dalle mattanze della prima guerra mondiale all'avvento qui forse più brutale che altrove del fascismo, dalle leggi razziali alla pulizia etnica, dalla cieca industrializzazione all'avvelenamento della laguna che ospita la città più bella del mondo, dall'occupazione nazista che trasformò uno stabilimento per la pilatura del riso in un luogo di sterminio ai campi di concentramento (Arbe) o di rieducazione (Goli Otok) dai quali si usciva (quando si usciva) segnati irrimediabilmente nel corpo e nello spirito, dalla complicità verso i persecutori alla falsa coscienza che ancora pervade comunità chiuse nel proprio racconto (ma meglio sarebbe dire nella propria ossessione). E molto altro ancora.
La mancata elaborazione anche solo di questo passaggio di tempo breve o lungo che è stato il Novecento ha fatto sì che questo secolo ancora oggi incomba sul presente di queste terre, sia come eredità sepolta ma viva nei fanghi della laguna o nelle dolorose vicende familiari degli operai che il petrolchimico ha devastato, come nell'ipocrisia di una città come Trieste che non sa e non vuole fare i conti con se stessa.
Nel nostro itinerario, viaggiamo nelle memorie frastagliate di tutto questo, fra i confini degli uomini e quelli (pur sempre degli uomini) della mente, a ben vedere ancor più radicati di quelli che separano gli stati, fra narrazioni separate e paradigmi apparentemente inossidabili.