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Ma lo sapevamo? Si, lo sappiamo tutti o dovremmo saperlo. Dal 2014 abbiamo una Strategia Nazionale per adattarci ai cambiamenti climatici – che i decisori avrebbero l’obbligo politico e morale di conoscere – mentre ora si sta discutendo un Piano Nazionale, con le azioni non più rinviabili. Se ne sente parlare? Si discute degli effetti sulla salute dei cambiamenti climatici (altro che zanzare nelle valigie dei migranti)? Si vota tenendo conto di queste azioni e di come potrebbero essere più “giuste”, socialmente ed economicamente?

Prendersela con il meteo è ridicolo: domani, nella corsa allo scarico delle responsabilità, si moltiplicheranno solo gli allerta. E’ chiaro, o no, che tutto dipende dal nostro modello di sviluppo, non quello del vicino, ma il nostro. Quello che, se limitato – ma la parola “limite”, non solo in politica, è vietata – mette in discussione la tenuta democratica delle nostre società.

Non c’è modo migliore per ricordare – a 150 anni esatti, proprio oggi, dalla pubblicazione de “Il capitale” di Marx – il suo incipit, dove si affermava che la ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, appare come una “immensa raccolta di merci”. Ed è proprio questa immensa raccolta di merci – che significa stile di vita, trasporti, viaggi, cibi, energia, consumi, prodotto interno lordo – la responsabile delle nostre inevitabili migrazioni ambientali.

Insomma “il progresso”. E non ce la caveremo – come ora, buon ultimo, pensa Veltroni – con quattro ovvietà (meglio di niente) sull’ecologia come nuova fonte di sviluppo. Siamo costretti a ripensarlo il “progresso”, come chiede non la politica, ma un poeta, come Andrea Zanzotto (ce lo ricorda sempre Michele Nardelli), quando ci ammonisce che “in questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato, o se ingoio”. E questi nodi – scorsoi – non si sciolgono certo con qualche riga sul giornale.

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