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Elezioni UE. Il vero punto di forza: unità nella pluralità

Non a caso i problemi, e le guerre, sono nuovamente insorti quando si è inteso risolvere i conflitti etnici, religiosi o identitari con il paradigma del confine che separa, con contraddittori spostamenti dei confini stessi. Proprio per la sua storia ambivalente, l’Europa può essere laboratorio di innovazione istituzionale e culturale, per affrontare le sfide del “mondo globale”: governare i disordinati processi di globalizzazione economica; prospettare modalità di integrazione tra pubblico e privato, laddove hanno fallito sia il liberismo sia il dirigismo unilaterali; sviluppare la qualità della vita degli individui e delle collettività attraverso una riforma del welfare state; riannodare i legami sociali e valorizzare le specificità culturali; concepire relazioni sostenibili con gli ecosistemi; porre un termine all’età delle energie fossili e rendere economicamente produttive le energie rinnovabili; intervenire sul riscaldamento globale…

L’attuale Europa è burocratica, tecnocratica, econocratica. Certamente lo è diventata, inchiodata al dogma dell’ortodossia finanziaria, al prevalere della tecnica sulla politica. Eppure, insistendo su questo cahier de doléances, non si comprende che questo è proprio il risultato prodotto dall’Europa che non c’è.

L’Europa non è un territorio, ma è innanzitutto una civiltà, un’entità storica in continua metamorfosi, che affronta in forme sempre nuove una tensione ricorrente, e mai compiuta, fra unità e molteplicità. La tessitura della sua unità, nella pluralità, non è la sua debolezza, ma la sua forza, che può proiettarla ad agire secondo l’imperativo cosmopolitico kantiano: agire come se la cooperazione in Europa possa valere e applicarsi anche ad altri spazi della comunità mondiale. Insomma, laboratorio per un possibile governo cosmopolitico, multilaterale e policentrico. Ci dobbiamo sentire partecipi della costruzione di un’Europa umanista e culturale.

Nel suo discorso sul futuro dell’Unione europea alla Sorbona, del 25 aprile scorso, il presidente Emmanuel Macron ha parlato della necessità di cambiare paradigma di fronte alla drammatizzazione della storia, e di corrispondervi con un’Europa della potenza, della prosperità e dell’umanesimo. Ma attenzione: l’umanesimo europeo ha due volti. L’umanesimo europeo, con fatica, ha saputo demistificarsi e smascherare il suo volto oscuro, la propria pratica eurocentrica e occidentalocentrica. Ora, noi europei dobbiamo riconoscere l’insostenibilità di questo volto dell’umanesimo, e rigenerare il volto che ha esaltato il valore e la dignità di ogni essere umano. Dobbiamo perseguire una mondializzazione dell’umanesimo dei diritti umani, dei diritti delle donne, della libertà-eguaglianza-fraternità, della democrazia, della solidarietà, della pace.

Oggi l’Europa è sull’orlo dell’abisso. E lo è l’umanità intera. Sotto la spada di Damocle della guerra globale nucleare e del riscaldamento globale. Ma, di fronte alla possibilità inedita di autodistruzione dell’umanità, può e deve divenire fucina di un umanesimo planetario imperniato sulla coscienza della comunità di destino di tutti i popoli della Terra, e di tutta l’umanità con la Terra stessa. È in questo orizzonte che l’Europa può diventare un’Europa politica. Questa volta o si fa davvero l’Europa, oppure l’Europa muore.

da Avvenire.it

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