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Cambiare rotta. Senza eroi e capitani

La speranza non più nascosta dell’opposizione democratica e dei media ad essa vicina è che lo scontro possa indebolire il capitano. Lui, il capitano, sta benissimo al gioco e usa lo scontro per varare misure sempre più restrittive e illiberali. Una polarizzazione talmente accecante che permette addirittura a Renzi di trovare uno spazio per rivendicare la sua politica come quella giusta perché salvifica invece che di chiusura disumana, negando così una possibile seria disamina delle reali azioni e direzioni delle sue scelte di governo (ad esempio nella lettera pubblicata da La Repubblica dice che fu un errore, di Gentiloni-Minniti non suo, dichiarare l’emergenza democratica per “poche barche nel 2017”, ma non cita nemmeno gli accordi con la Libia, che sono il centro della strategia di quella stagione e che il suo partito ha ampiamente sostenuto e continua in gran parte a sostenere). Una rimozione quella tentata da Renzi (di ben poca presa e successo nell’opinione pubblica, a quanto pare), che si appoggia sullo spazio di distrazione offerto dalla campagna mediatica legata al tema salvataggi. C’è al Governo un capitano cattivo che chiude i porti e nel mare degli eroi buoni che salvano gli esseri umani, un uomo politico che di errori nella gestione del fenomeno ne ha fatti molti, coglie l’occasione per tentare una redenzione e diventare buono. Ma di contenuti reali non si parla.

Ma lasciamo perdere Renzi e il suo goffo tentativo, fin qui per me utile solo a capire la dinamica comunicativa in corso; ciò che mi preoccupa è che non solo la politica e i media continuano a reiterare una visione miope e manichea della questione, ma anche una larga parte delle associazioni e dei movimenti antirazzisti continua a rimanere imbrigliata in questa dimensione sempre più piccola e asfissiante. Sia chiaro, lo ripeto, non voglio dire che è sbagliato salvare chi sta rischiando la vita in mare o opporsi alle scelte di Salvini e Di Maio o di Minniti o di Renzi, voglio dire che se continuiamo a parlare solo di questo non cambieremo mai nulla di questa storia, che da anni infatti si ripete uguale nella sua sostanza; anzi perderemo sempre più consenso a favore di chi in questa prospettiva miope ha solo da guadagnare, perché meno lontano la gente vede più facile è suggerirle di avere paura e chiudersi in casa (e i sondaggi recentemente pubblicati dal Corriere della Sera sembrano dimostralo).

Credo che per provare a uscire da questo vicolo cieco, in cui tutto sembra destinato a ripetersi, sia quanto mai necessario allargare lo sguardo, suggerire punti di vista più ampi, guardare oltre i nostri ombelichi. Credo che le ONG, i movimenti, gli intellettuali, gli attivisti che in queste ore giustamente sostengono le operazioni di salvataggio, possano e debbano fare uno sforzo per cambiare rotta. Non è così difficile, basterebbe lanciare un allarme nuovo a tutta l’opinione pubblica, compresi noi stessi: “Attenzione, nessuno di noi in questo modo sta risolvendo nulla”.

Purtroppo non è salvando qualcuno nell’ultimo miglio che cambiamo il destino di chi è obbligato a partire illegalmente a centinaia di chilometri più a sud. L’orizzonte ideale a cui aspiriamo non può essere che nel Mediterraneo ci siano decine di navi di salvataggio e che i porti siano aperti, perché questo orizzonte di nulla cambierebbe la condizione di ingiustizia che i migranti stessi vivono in partenza. L’opinione pubblica continua a sostenere Salvini perché dall’altra parte ha o la confusa ipocrisia del PD o una posizione umanitaria priva di una proposta di cambiamento strutturale vero.

Credo sia arrivato il momento di non parlare più di diritto ad essere salvati o accolti, ma di diritto alla mobilità, un diritto che non è giusto qualcuno abbia e qualcun altro no, semplicemente per differenza etnica o nazionale; un diritto che non a caso viene negato proprio a chi ne ha più bisogno, schiacciato dentro alle conseguenze di diseguaglianze globali e discriminazioni etnico-religiose sempre più violente; un diritto però che per essere allargato e gestito ha bisogno di investimenti, idee, progetti. Su queste idee dobbiamo provare a investire sforzi comunicativi, conflittuali, economici, politici.

Dobbiamo dire con forza e chiarezza che le persone che viaggiano con i barconi subiscono un’ingiustizia non perché vittime umanitarie, ma perché individui privati di un diritto, che nessuno di noi italiani o europei potremmo mai immaginare e tollerare di perdere. I migranti dei barconi sono individui che non possono viaggiare regolarmente e dobbiamo far capire alle nostre opinioni pubbliche che solo trovando un modo per dare loro la possibilità di farlo regolarmente fermeremo davvero i viaggi dei barconi, elimineremo la necessità di avere le ONG nel mare, salveremo davvero le loro vite e ci renderemo davvero tutti più sicuri, perché chi viaggia regolarmente ha più diritti ma anche più doveri, è più controllabile, e soprattutto ha una soggettività individuale ben chiara, e non è un indistinto migrante buono da salvare o cattivo da respingere.

Solo mettendo al centro la lotta per il diritto alla mobilità potremo iniziare a scardinare il sistema che produce illegalità, trafficanti, morti da una parte e populismo, nazionalismi e razzismi dall’altra. Non perché vogliamo che tutti si muovano, ma vogliamo che tutti abbiano il diritto di farlo per poi poter anche scegliere di non farlo. Nel famigerato motto “aiutiamoli a casa loro” (rivendicato con orgoglio da Renzi nella già citata lettera) la parte intollerabile sta nel fatto che loro a casa loro ci devono restare, non possono scegliere di andare o restare. Magari ci fossero nuove politiche di cooperazione e solidarietà internazionale, magari si rivedessero misure e accordi economici che strangolano i paesi di provenienza dei migranti. Ma per farlo non possiamo essere contemporaneamente chi aiuta e chi nega il diritto a muoversi: “Io ti aiuto ma tu rimani lì” è una sintesi di ingiustizia contro cui ribellarsi è non solo giusto, ma necessario.

Vogliamo avviare con forza questa ribellione o preferiamo continuare a veder scivolare la nostra società in lotte moraliste tra orrendi professionisti dell’insulto razzista e eroi umanitari? (Per essere chiari e non offensivi, con eroi umanitari mi riferisco a operatori sociali e umanitari che stimo e ringrazio, che però i media trasformano ad hoc in eroi o criminali per esigenze di spettacolo o di adesione partitica)

Stiamo dividendoci sulla gestione della punta di un iceberg e non parliamo dell’iceberg. E la scusa non può essere che occuparsi dell’iceberg è difficile; ci sono misure concrete, specifiche, precise che si possono discutere e intraprendere per gestire quell’iceberg. Il problema è che non ne parliamo, continuiamo a far finta che l’iceberg non esista. Sappiamo che c’è, ma lo rimuoviamo, come un dolore che fai finta di non avere. Ormai ci siamo istintivamente convinti che se diminuiscono gli sbarchi l’iceberg non ci sia. Perché di sbarchi parliamo solo, sempre e solo di sbarchi o, ancor peggio, di cosa pensano i nostri politici locali degli sbarchi.

Lasciamo perdere le finte scuse di Renzi o del PD, chiediamoci piuttosto scusa tutti insieme. Diciamo che fin qui ci siamo presi in giro e non abbiamo mai parlato della questione reale. Senza per favore risolvere con la solita frase “è una questione europea”. E’ sia italiana che europea che globale. Cosa fa l’Italia, cosa fanno gli altri paesi, cosa fa l’Europa nei paesi di partenza dei migranti? Che accordi commerciali abbiamo? Come gestiamo le domande di emigrazione nelle nostre sedi diplomatiche in quei paesi? Cosa facciamo per aiutare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro? Come tuteliamo i lavoratori immigrati necessari alle economie più ricche? Come fermiamo o meno azioni economiche di impianto post-coloniale? Che politiche di ricongiungimento familiare abbiamo? Che politiche di scambi culturali e universitari abbiamo? E soprattutto come possiamo attuare dei cambiamenti in queste politiche che ci permettano di avere meno immigrazione illegale e più immigrazione legale, libera e gestibile? Siamo in grado di legalizzare e liberare l’immigrazione per gestirla meglio e per ridurre davvero il numero di vittime innocenti che questo sistema continua inesorabilmente a produrre?

E che ne nessuno per favore dica che non ci sono i soldi, perché sono sempre di più i miliardi investiti nelle politiche securitarie di repressione del diritto alla mobilità: chi paga i muri? Chi paga le milizie libiche? Chi paga la polizia turca? I nostri soldi pubblici.

Penso, o quanto meno spero, che iniziando a parlare di queste cose un giorno potremo non avere più bisogno di eroi umanitari e cancellare dalla storia i capitani delle chiusure o i finti salvatori. E penso che, data la paralisi della politica europea, ONG e movimenti che oggi lottano quotidianamente per salvare dignità e vite umane, possano e debbano avere il compito di aiutarci ad attivare questo cambiamento di rotta, aiutando sé stessi e tutti noi ad uscire dallo spettacolo manicheo dei buoni contro i cattivi, degli eroi contro i capitani, uno spettacolo che in quanto tale rischia altrimenti di servire solo per distrarre da reali responsabilità e scelte politiche.

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