lunedì, 11 gennaio 2010
11 Gennaio 2010mercoledì, 13 gennaio 2010
13 Gennaio 2010Nella stanza dell’alberghetto di Monteverde (quartiere di Roma che mi è famigliare per averci abitato per quasi cinque anni) suona la sveglia alle 5.45. Una doccia e via per una nuova giornata che si annuncia infinita. Il tempo infatti di arrivare a Trento, fare un salto a casa, buttar giù qualche appunto e iniziano gli appuntamenti.
Il primo è con due giovani ragazzi di Firenze che, insieme ad altri, hanno messo in piedi una cooperativa (Lama) per il monitoraggio – valutazione sulle attività di cooperazione internazionale. Sono a Trento per partecipare al Forum "Il Trentino in rete con il mondo" e già che sono qui mi hanno chiesto d’incontrarmi. Hanno letto il nostro "Darsi il tempo", ne condividono i contenuti e vorrebbero portare un loro contributo per rendere migliore questo mondo. Ponendosi professionalmente come struttura di servizio per enti locali, privati, ong. Con quest’ultime – mi confessano – lavorano ben poco, gelose come spesso sono della loro frequente insostenibilità. Effettivamente, l’idea di valutare gli effetti della cooperazione interessa ben pochi, visto che di riconoscere l’inefficacia delle proprie azioni nemmeno se ne parla, neanche i cosiddetti donatori che preferiscono l’ipocrisia di aver realizzato piuttosto di chiedersi a che cosa sia servito.
Entriamo così nel vivo del Forum, che riempie di gente l’aula 16 di Sociologia. Un caldo estivo accompagna i relatori, il saluto del preside Dallago che giustamente pone il tema di come il Trentino ancor oggi fatichi a fare sistema nelle relazioni internazionali, l’introduzione dei lavori del presidente della PAT Lorenzo Dellai che dimostra di aver fatto proprie le idee che abbiamo posto nella "Carta di Trento" per una migliore cooperazione internazionale.
Dopo il suo intervento, quello della rappresentante del Ministero degli Esteri fa proprio cadere le braccia. Funzionari di alto livello, dai quali certo non ci si può aspettare grande innovazione, ma che almeno dovrebbero conoscere la geografia se non proprio la nostra autonomia, il contenzioso fra il Trentino e la Fernesina che ha portato all’impugnativa di alcuni articoli essenziali della legge provinciale sulla cooperazione, lo stato del dibattito sulla cooperazione e la letteratura che ne è uscita. Nulla di tutto ciò. Così l’intervento di Luciano Carrino che per anni è stata l’anima di Unops e ora all’Ocse sembra un gigante, anche se – lo dico nonostante l’amicizia che ci lega – lo trovo un po’ stanco e scontato. Ormai la cooperazione internazionale fatica a trovare avvocati difensori, tanto è in crisi e priva di efficacia. Così, a proposito delle legge 49 ormai molto più vecchia dei suoi venticinque anni perché pensata in un mondo che non c’è più, dice che forse è bene che la politica non l’abbia riformata nella sua incapacità di leggere i cambiamenti del nostro tempo. Mi aspetterei a questo punto indicazioni e parole in grado di scuotere le anime belle che pure affollano la sala di Sociologia e i loro container carichi di carità più o meno pelosa, ma invece si rimane sul piano del metodo, invocando un manifesto per una nuova cooperazione che superi la distanza fra gli obiettivi del millennio e una realtà che nemmeno li sfiora. Anche Massimo Toschi, assessore toscano che pure conosce la materia, non va molto oltre il descrivere la diffusa incapacità di leggere quel che accade nel Mediterraneo ed affermare che occorre un cambio di passo. Giustissimo, ma provare a dire qualcosa di merito è chiedere troppo?
Mi danno cinque minuti e provo a farlo, indicando qualche tratto di quel cambio di paradigma che s’invoca per la cooperazione, qui come altrove. Anche in Trentino, certamente, perché nello smarrimento generale, la logica dell’aiuto ancora motiva le persone. Provo a ripetere che la cooperazione decentrata non esprime niente di nuovo (sono quindici anni che lo vado dicendo); che bisogna superare la logica dei donatori e dei beneficiari; che la cooperazione dovrebbe osservare e capire prima di fare, costruire relazioni durevoli piuttosto che progetti; che dovremmo investire sulla conoscenza e su processi di riappropriazione della ricchezza dei territori da parte delle comunità locali piuttosto che rincorrere quella povertà che vediamo a migliaia di chilometri di distanza e non sappiamo riconoscere sotto casa; che in mondo interdipendente la cooperazione dovrebbe fornirci uno sguardo curioso per abitare un mondo sempre più interdipendente. L’applauso è forte ma gli interventi che seguono mi portano a dire che c’è davvero molto da lavorare. E così, in una brevissima replica a chi ancora parla di "insegnare a pescare" provo a dire che la resistenza al cambiamento sta qui, nel nostro mondo che in realtà non intende affatto mettersi in gioco sul serio, perché farlo vorrebbe dire interrogarsi su un modello di sviluppo che rappresenta il primo fattore di esclusione per milioni di persone.
Dalle pacche sulle spalle, ho la sensazione di aver toccato molti nervi scoperti. Staremo a vedere. Me ne vado con la sensazione che il paese legale (o almeno una sua parte) sia spesso più avanti del paese reale.
La giornata non è ancora finita. Mi aspettano a Brentonico per una serata sui referendum. Una quarantina di persone in sala, molta attenzione. Angelo Giovanazzi, medico del lavoro che conosco da anni, mi affianca in una serata nella quale vengono sviscerati i temi dell’acqua e del nucleare. C’è fra noi una lunghezza d’onda comune e ne esce una serata interessante, con molte domande e anche con l’impegno dei presenti di darsi da fare per portare la gente al voto il prossimo 12 e 13 giugno. Parlare di questi temi è importante perché rappresenta l’occasione per interrogarsi sul futuro che stiamo confezionando alle generazioni a venire. E sulla necessità, come vediamo ricorrente in ogni ambito programmatico, di un scarto di pensiero che anche qui s’impone.
Quando arrivo a casa è quasi l’una di notte.
1 Comment
Complimenti per il tuo intervento al Forum della Cooperazione e grazie per i tuoi stimoli e le tue analisi intelligenti e preziose.
Fausto