mercoledì, 23 dicembre 2009
23 Dicembre 2009
lunedì, 28 dicembre 2009
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lunedì, 28 dicembre 2009
28 Dicembre 2009

martedì, 12 aprile 2011

La giornata inizia con la notizia che il grado di catastrofe nucleare a Fukushima ha raggiunto il livello 7, ovvero quello di Chernobyl. Significa in buona sostanza che per qualche decina di anni quella regione a soli duecento chilometri da Tokyo non sarà più abitabile. Sempre che riescano a fermare gli effetti del disastro, visto che l’informazione su ciò che accade – come sempre avviene quando si parla di incidenti nucleari – è sostanzialmente secretata.

Mi muovo per organizzare un po’ di iniziative, investendo anche il Gruppo consiliare del PD del Trentino. Sto lavorando ad un documento del partito sui referendum del 12 giugno, affinché siano espressi senza esitazione "4 Sì", ma soprattutto per fare in modo che i Circoli e il popolo del PD del Trentino si diano da fare per fare in modo che tanta gente si rechi a votare, contrariamente a quanto è avvenuto negli ultimi referendum. I temi dei quattro quesiti sono di straordinaria attualità: due per evitare la privatizzazione dei servizi idrici, uno per fermare la scelta nucleare, e uno sul legittimo impedimento. Sono convinto che il voto referendario possa in questo caso costituire un modo concreto ed efficace per fermare le politiche del governo.

Sul nucleare poi, il prossimo 26 aprile cade il venticinquesimo anniversario del disastro di Chernobyl, le cui contaminazioni paghiamo ancora oggi in mezza Europa, se pensiamo ai livelli di cesio registrati proprio recentemente anche sul nostro territorio. Fukushima è lì, come monito di quel che non si deve fare nel rapporto con la natura. Vorrei che organizzassimo un incontro pubblico ed uno spettacolo dedicato a quella tragedia e ne parlo nella riunione del Gruppo, in un intervallo del Consiglio regionale. La risposta è positiva e mi metto subito in moto.

Intanto anche il Consiglio regionale batte un colpo, anzi due. Si approvano ben due leggi regionali, ma questo non deve affatto trarre in inganno, perché la residualità delle competenze è tale da rendere queste norme decisamente marginali (i confini di due Comuni del Sud Tirolo e la presenza delle minoranze nell’Ufficio di Presidenza). Il clima è lo stesso che più volte ho avuto modo di descrivere in questo blog… Prima si andrà dunque al superamento delle competenze residue per fare del Consiglio Regionale un luogo di coordinamento politico fra le due autonomie e meglio sarà.

Cerco di usare questo tempo per contatti, incontri, conversazioni. Chiamo Giuseppe Ferrandi per sottoporgli l’idea di fare del forte di Cadine un laboratorio sull’elaborazione dei conflitti in raccordo con l’attività delle Gallerie di Piedicastello. Ne è entusiasta. Con Mario Magnani telefoniamo a Ventotene per accordarci con l’amministrazione locale per il viaggio studio in occasione del settantennale del Manifesto per l’Europa Federale. Il viaggio del Consiglio provinciale si farà dal 24 al 26 giugno e vorremmo si trattasse di un momento nel quale l’Europa possa tornare al centro dell’attenzione del dibattito politico. Parlo con Riccardo dello Sbarba sulla situazione politica altoatesina/sudtirolese che mi descrive bloccata dall’autoreferenzialità dei partiti. PD compreso, per come conosco la situazione, nell’incapacità di costruire interlocuzione territoriale ma anche nel congelare una formidabile rendita di posizione. Esattamente il contrario di quel che penso sarebbe necessario fare per rappresentare effettivamente un fattore di discontinuità e di movimentazione, in una realtà che – ancor più che in Trentino – richiederebbe capacità di sperimentazione originale. Pongo al vicepresidente Pacher la necessità di offrire una rappresentazione del Trentino in linea con le cose che ci diciamo in fatto di sobrietà e di identità territoriale. Il pretesto è l’edizione del Vinitaly che ci siamo in questi giorni messi alle spalle e vedo che Paolo Ghezzi proprio oggi su "L’Adige" dedica una pagina proprio al libro di Steffen Maus (di cui avevo parlato in quetso blog) e ad una conversazione con Mario Pojer che mi conforta nelle analisi: dove ci sono troppi denari c’è aridità di pensiero.

Mi incontro con un gruppo di ragazzi di Cinema Jenin Italia che a breve inizieranno un lavoro di ricerca sugli effetti della cooperazione internazionale nell’area di Jenin, in Palestina. Sanno come la penso e chiedono conforto nel loro lavoro di inchiesta. Da parte mia rischio di essere un po’ brutale nel metterli in guardia sul fatto che talvolta i territori preferiscono la cooperazione tradizionale (quella fondata su donatori e beneficiari, per capirci) piuttosto che costruire relazioni profonde che mettono in gioco le parti in un lavoro che s’interroga sulla riproducibilità delle azioni progettuali. Che costruire relazioni è molto più costoso (sul piano del tempo da dedicarci e della fatica del conoscere da dentro le dinamiche territoriali) che fare cose materiali, molto efficaci sul piano dell’immagine ma spesso avulse dalla realtà. Come uso dire, la povertà non è affatto santa (e nemmeno il sistema delle ong).

Da ultimo, a casa, trovo una bella sorpresa. Gheorghe arriva dalla Romania con il suo vecchio furgone, inossidabile quand’anche pieno di acciacchi per l’età (il furgone, intendo). Oltre che di anni è carico anche di cesti di vimini fatti a mano, molto belli, che gli serviranno per pagarsi il viaggio. Gheorghe è qui per cercare lavoro, nel suo paese – dice – stanno diventando tutti iene. E lui, animo gentile, è fuori gioco. L’altra faccia dell’Europa, in quel post comunismo dove più niente è collettivo, dove il senso di comunità lo trovi solo nelle campagne, dove la cultura è sempre più rara, demolita dalla volgarità dei nuovi ricchi e dalla difficoltà del vivere. Benvenuto, fratello.

 

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