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Il testo e il contesto. La scelta garantista di votare No

 

Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.

Il primo ordine di ragioni è di tipo tecnico e riguarda il contenuto della riforma. Che non è tanto separare i giudici dai pm per il semplice fatto che questa separazione è già realtà, le due strade sono ormai lontane – a prescindere dal fatto se questo sia un bene o un male, noi propendiamo per il male – per quanto difficili e dunque rari sono diventati i passaggi di funzione. C’è agli atti la prova definitiva che questa riforma costituzionale è un eccesso rispetto all’obiettivo dichiarato: porta la firma di Giuliano Vassalli, proprio il partigiano e giurista che il ministro Nordio arruola al contrario tra i sostenitori (postumi) della separazione costituzionale delle carriere.

Vassalli era il presidente della Corte costituzionale che nel 2000, nell’ammettere una richiesta di referendum abrogativo sulla separazione delle carriere, stabilì che la nostra Costituzione non impone affatto una carriera unica né la vieta, lasciando il legislatore ordinario libero di separare rigidamente giudici da pm come in effetti è stato fatto nel corso degli anni, tanto che oggi il passaggio riguarda lo 0,5% dei magistrati. La riforma Meloni-Nordio, evidentemente, tocca la Costituzione per fare altro e cioè spaccare il Consiglio superiore della magistratura in tre – oltre al Csm dei giudici e a quello dei pm ci sarà un’Alta corte che erediterà le funzioni disciplinari –, frammentare l’autogoverno delle toghe, umiliare con il sorteggio il loro potenziale contributo al dibattito critico sulla giurisdizione (quanto ce ne sarebbe bisogno), aumentare il peso dei rappresentanti politici nell’organo (sorteggiati anche loro, ma solo dopo essere stati scelti dal parlamento a maggioranza). Che il Csm non debba essere solo quell’ufficio burocratico che la destra immagina, magari perché l’unico criterio di aggregazione superstite sia quello delle cordate clientelari che il sorteggio non esclude affatto, ce l’ha ricordato il presidente Mattarella qualche giorno fa, presentandosi a presiedere una seduta ordinaria dopo gli attacchi scomposti di Nordio.

Il corollario di questa divisione radicale del mondo della magistratura in due sarà la nascita di un corpo di magistrati inquirenti dediti solo all’accusa, onnipotenti nel loro Csm, con l’unico obiettivo della condanna. Sostanzialmente dei poliziotti in toga che dovranno necessariamente essere attratti nell’orbita del potere esecutivo sia per la scelta dei criteri di priorità nelle indagini (il ministro Nordio lo ha del resto sostanzialmente promesso), sia per quanto riguarda la dipendenza gerarchica (questo invece lo ha annunciato il ministro Tajani). Una controrivoluzione rispetto ai principi costituzionali di indipendenza e autonomia, che non c’entra niente con l’obiettivo dichiarato della terzietà del giudice e che smentisce il carattere garantista di questa riforma.

Come del resto fa il secondo ordine di ragioni per le quali va respinta, ragioni di tipo politico perché attengono alle motivazioni che hanno portato qui il governo Meloni. Per nulla difficili da indagare, visto che è la stessa presidente del Consiglio, sono i suoi ministri a non stancarsi di ripetere ogni giorno in maniera più aggressiva che il problema della giustizia italiana non sono i tempi infiniti (che cresceranno, dopo che il governo non ha confermato i precari che lavoravano agli uffici del processo), non è l’eccesso di reati (ne hanno introdotti decine di nuovi), non è l’abuso del ricorso alla detenzione (i suicidi aumentano e le carceri scoppiano, ora anche quelle dei minori), non è la disparità dei cittadini davanti alla legge (la durezza delle loro leggi penali non è commisurata alla pericolosità del reato ma all’identità del presunto colpevole; hanno tagliato il gratuito patrocinio), ma il problema della giustizia italiana sono i magistrati che non rispettano le volontà del governo e della maggioranza.

Dunque questa riforma della giustizia che si propone di rimediare a questa insubordinazione delle toghe che, quando c’è, è in realtà rispetto della gerarchia delle leggi, è in stretta continuità con la valanga di decreti in tema di sicurezza e immigrazione, con le norme di favore per le forze dell’ordine, con l’ambizione di introdurre il premierato assoluto e consentire la secessione delle regioni ricche del nord. È in sintesi un tassello centrale nella nuova dottrina autoritaria della destra. Uno dei pochi che può trovare ostacolo nel voto popolare. 

* Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. E’ direttore del manifesto dal 2023.

 

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