lunedì, 4 gennaio 2010
4 Gennaio 2010mercoledì, 6 gennaio 2010
6 Gennaio 2010martedì, 5 gennaio 2010
Ismail Daiq è un stato fino a due anni fa docente dell’Università di Agraria di Gerusalemme. Oggi è ministro dell’Agricoltura dell’Autorità Nazionale Palestinese. Lo incontriamo presso la sede del ministero, a Ramallah. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, iniziamo l’incontro parlando di Mediterraneo e delle giare, antiche di cinquemila anni, ritrovate in Sicilia e che venivano da Gaza in Palestina. Insomma, della storia di popoli apparentemente così lontani e che invece hanno in comune saperi tramandati lungo le navigazioni, i mercati, le culture religiose. E di Europa, che nella mitologia è figlia di Agenore, re di Fenicia, l’attuale Libano.
La storia ci introduce all’argomento di cui vogliamo parlare, la valorizzazione delle produzioni locali di qualità. E di come le nostre comunità possono dialogare e conoscersi nello scambio di esperienze e nel mettere a disposizione gli uni degli altri le proprie competenze. Devo dire che non fatichiamo a capirci, perché troviamo il professor Daiq sulla nostra lunghezza d’onda. Tanto è vero che qualche mese fa ha avviato come Ministero la realizzazione di una "banca delle sementi", per far sì che le specie autoctone possano essere salvaguardate dall’omologazione ma soprattutto dalla concentrazione in poche mani della ricerca genetica sulle specie vegetali, con l’effetto di creare impoverimento, perdita di biodiversità e dipendenza.
Non avrei immaginato di poter raccontare della legge provinciale sulle filiere corte approvata pochi mesi fa dal nostro Consiglio provinciale e di ritrovare, proprio qui in Palestina, non solo uno straordinario interesse ma anche un analogo provvedimento legislativo per quanto riguarda l’utilizzo de prodotti locali nelle mense pubbliche. Perché il problema è che oggi gran parte del consumo interno di prodotti alimentari (figuriamoci sul resto) viene dall’importazione.
Filiere corte non vuol dire autarchia. E quindi non tralasciamo nemmeno il confronto sui prodotti di qualità che potrebbero trovare uno sbocco di mercato in altri paesi e che costituiscono altrettanti simboli della cultura locale, dal cus cus ai datteri, dall’olio (non è questo il paese dell’ulivo?) al melograno. E, quanto a "genius loci", la terrasanta non è davvero seconda a nessuno.
Comunità che s’incontrano, non per parlare di aiuti, ma per confrontarsi e capire che cosa ciascuno può apprendere dall’altro. In paesi ricchi, quand’anche impoveriti. E’ questo il senso del nostro essere qui.
da Ramallah, 5 gennaio 2009