venerdì, 15 gennaio 2010
15 Gennaio 2010lunedì, 18 gennaio 2010
18 Gennaio 2010Ci siamo lasciati alle spalle il festival dell’economia. L’ ultima zampata di un’edizione che peraltro ho percepito come piuttosto opaca è quella di Zygmunt Bauman che dice «Non stiamo più ampliando le nostre possibilità di scelta, ci stiamo avvicinando al limite e stiamo ipotecando il futuro dei figli e anche dei Paesi diversi dal nostro». Niente di nuovo, se non l’autorevolezza della persona che pronuncia queste parole, in un contesto che continua a far finta di nulla. E stupisce che il presidente Dellai giudichi "apocalittico" l’intervento di Bauman, semmai fin troppo prudente. Che aggiunge «…il mondo non si è mai fermato: mi riesce difficile pensare di poter fare marcia indietro». Qui non si tratta di fermarsi ma di piegare la ricerca e l’innovazione alla qualità del vivere, ad un patto di responsabilità globale che imponga un cambio di rotta, uscendo dalla dittatura del PIL come dalla subalternità dell’uomo alla cosa.
Prima di Bauman aveva provato Manfred A. Max-Neef , economista cileno, a porre il tema di uscire dal paradigma della crescita: «Dobbiamo cambiare tutto questo quanto prima. Occorre dimostrare di poter vivere meglio con molto meno. Per far ciò ci vogliono nuovi criteri economici che considerano l’essere umano nella sua interezza e non solo come consumatore. L’economia di oggi, infatti, non riesce più a rispondere ai problemi di questo secolo». Parole che mi suonano famigliari e, nell’incontrarlo seppur brevemente nella "Locanda delle tre chiavi" di Isera ospite di Slow Food, ho la percezione che tali parole rappresentino il sentire di una comunità di pensiero che inizia a far sentire la sua voce.
Ne avevamo parlato anche sabato mattina nel corso del convegno "Il microcredito e la microfinanza: un modello di successo per la riduzione della povertà?". Incontro interessante, quand’anche diluito nel mare degli eventi del Festival e forse anche per questo non molto partecipato, dove la finanza etica s’interrogava sulla sua capacità di contaminare i sistemi territoriali. E dove, in questa chiave, ho posto la questione dell’alleanza della terra e del mercato reale per fermare l’economia plastificata dei titoli derivati. Forse non abbiamo ancora sufficientemente imparato a conoscere l’impatto devastante dei capitali criminali sull’economia dei territori, tema rispetto al quale oggi registriamo ancora l’assenza di adeguati strumenti di difesa.
Domande alte che questo tempo pone, che stridono con la miseria della politica: è un po’ questa la sensazione che mi viene nel partecipare ad una riunione del gruppo consiliare dove si riaffacciano quelle dinamiche perverse che ho conosciuto all’inizio di questa legislatura e che negli ultimi mesi speravo superate, laddove i destini personali fanno di nuovo capolino a testimoniare l’inadeguatezza nel sapersi sintonizzarsi con quel che il vento di cambiamento porta con sé.
Che invece trovo nell’incontro con i giovani dell’associazione La Bussola di Ala nell’incontro promosso nella serata di lunedì insieme al locale circolo del PD del Trentino. Almeno un centinaio di persone affollano la sala Zendri, molta gente in piedi in una serata dove con me ci sono il fisico Mirco Elena e la prof. Paola Masotti dell’Università di Trento. Parliamo di nucleare e di acqua, ma come spesso è accaduto nel corso delle serate precedenti in realtà il tema centrale è quello dei limiti dello sviluppo. Anche in questo caso, la percezione che il referendum assuma un significato il cui rilievo politico investe il futuro collettivo, quel che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
Non ho mai amato lo strumento referendario e considero l’espressione di un sì o di un no piuttosto manichea. Lo ritengo un istituto da attivare solo in casi eccezionali, quando la politica abdica al suo ruolo. Ciò nonostante credo sia giusto ringraziare tutte le persone che si sono impegnate nella raccolta delle firme per rendere possibili questi referendum, un’opportunità che si offre alla politica di affrontare temi di grande spessore.
E di uscire dal vecchio paradigma delle "magnifiche sorti e progressive".
2 Comments
essere apocalittici, al giorno d’oggi, significa essere realisti.
Riporto il pensiero di Marco Deriu (sociologo all’università di parma che vale 10 Bauman) – una riflessione diversa rispetto a quella postata in “politica responsabile”.
“La relazione, la dipendenza, la mediazione sono il fondamento stesso della vita. Riconoscere la centralità delle relazioni nella polis, non porterebbe solamente a valorizzare saperi e competenze tradizionalmente femminili ma permetterebbe anche di arrivare a concepire più facilmente un tipo di azione politica basata sull’idea e sulla pratica della mediazione nelle relazioni piuttosto che sul potere e su un agire strumentale. La concezione strumentale dell’azione politica, tipica della cultura politica maschile, tende a reificare i valori e i desideri di cambiamento sociale, trasformandoli in qualcosa di esterno, di oggettivo, di quantificabile. La struttura dell’azione strumentale è infatti tipica dei rapporti tra persona e cosa, persona e oggetto, ovvero di quell’agire produttivo che come ha notato Hannah Arendt (1993), rimanda alla concezione e all’esperienza dell’homo faber. Le persone, in questo tipico modo di agire finalistico, divengono mezzi, strumenti, materia da plasmare per realizzare i nostri progetti razionali.
Il dualismo pubblico/privato vela dunque un’altra opposizione ben più profonda e radicata nella tradizione politica occidentale, quella tra sé e il mondo. Nell’arena politica si affacciano soggetti “neutri” e razionali che si attribuiscono il compito di dirigere o trasformare il mondo. Queste persone immaginano probabilmente di trovarsi di fronte ad un mondo esterno, una specie di brutta scenografia che esiste “là fuori” e su cui credono di poter intervenire, cambiandola e modificandola in base ai propri giudizi e calcoli. Invano si cercherebbe nei discorsi degli uomini politici uno sprazzo di consapevolezza riflessiva che riconosca il legame tra sé e il mondo, tra la propria esistenza e l’esistenza di altri esseri. Così come invano si cercherebbe di leggere un volto o un atteggiamento che riveli in filigrana il riflesso di un’autentica ricerca esistenziale. Al contrario, l’inclinazione a voler cambiare il mondo corrisponde il più delle volte alla monoliticità dell’essere, all’indisponibilità del lavoro su di sé, alla mancanza di una visione relazionale e di un movimento profondo che procede trasformando in un flusso continuo il rapporto tra sé, gli altri, i contesti in cui si vive, la realtà più ampia cui in qualche modo si partecipa.
La tensione verso la trasformazione sociale in connessione con una rigidità e una chiusura dell’essere crea dunque continuamente scacchi e contraddizioni e, in generale, l’impossibilità di realizzare mutamenti profondi. Non è solo una questione di resistenza o di attrito, ma anche della povertà di un progetto politico razionalistico che non si nutre continuamente del patrimonio di relazioni, esperienze, storie, vissuti, sensibilità, competenze, desideri diffusi e socializzati. La ricerca esistenziale e relazionale sta in effetti alla politica come l’acqua sta alla terra: è necessaria per rendere fertile il terreno e per far nascere ogni forma di vita.
“Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno – diceva Etty Hillesum -, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa” (Hillesum, 1987, p.45). Non si tratta solamente di un compito per l’individuo ma di una necessità della politica. Una politica viva affonda le radici nella ricerca, si nutre dell’esperienza, fa tesoro delle relazioni, scommette sull’arricchimento che può venire dal mettersi in discussione.
In altre parole quello che ci manca più di ogni altra cosa non è un nuovo progetto politico, un nuovo soggetto o una nuova formazione. Ci manca invece una politica che sia il riflesso di un desiderio autentico e radicale di vivere, di vivere insieme con gli altri. Da questo punto di vista, oltre al dualismo tra pubblico e privato e all’opposizione tra sé e mondo, la politica maschile si fonda su un’opposizione tra politica e passioni esistenziali.
In un libro intitolato Che cosa vuole una donna? Alessandra Bocchetti scriveva significativamente: “Ciascuno deve far politica per sé e a partire da sé, mettendo in gioco quel poco o tanto di saggezza, di esperienza di cui è capace. Certo un politico di sinistra si sente un po’ smarrito di fronte ad un’idea del genere, perché ha sempre avuto l’idea di fare politica per gli altri, per gli oppressi, per i senza parola. E nella sua testa in un certo senso la politica, alla fine, è una conseguenza della sofferenza. Invece la politica sarebbe necessaria anche se tutti fossero felici. Perché la politica è una qualità della condizione umana“ (Bocchetti, 1995, p. 108)
Effettivamente la rinuncia alla ricerca e all’esperienza esistenziale delle persone si riflette nella povertà della politica. La professionalizzazione della politica e il suo appiattimento in tecnica di gestione e amministrazione, per un verso nasconde le effettive emozioni che circolano tra i politici – il godimento del potere, il piacere che deriva dal disporre degli altri, dal riconoscimento, dalla deferenza, il narcisismo, la gloria, il sentimento di onnipotenza e d’immortalità – e per un altro verso impedisce di portare nella politica una complessità emotiva ed esistenziale che invece potrebbe contribuire a migliorare la qualità della vita collettiva.
Si tratta per la verità di una forma di intossicazione. L’elemento conservatore è dato da una continua ed immediata alternanza tra evocazione di un desiderio predefinito, standardizzato e un appagamento immediato. Una continua produzione di senso di mancanza e una continua produzione di senso di piacere.
In passato la società e la cultura ci dicevano, in base alla classe sociale, alla religione, che cosa, chi dovevamo essere. Questo ci forniva da un lato un certo senso di sicurezza e di tranquillità, dall’altro essendo qualcosa di costringente ci procurava anche delle nevrosi. All’opposto oggi la cultura dominante ci illude reclamizzandoci continuamente una molteplicità infinita di rappresentazioni e possibilità. Ci vuole convincere che possiamo sperimentare qualsiasi cosa, essere qualsiasi cosa, fare qualsiasi cosa. Nell’epoca del mercato e dell’individualismo ogni desiderio sembra ugualmente possibile e desiderabile. Non ci sono limiti o tabù di sorta. Tutto è apparentemente realizzabile. Crediamo che basti allungare la mano e sforzarsi con la buona volontà. Allo stesso tempo, poiché nessuno ci dice cosa essere o ci regala un’identità preconfezionata, noi diveniamo anche responsabili di chi siamo, di quello che diveniamo di fronte a noi, agli altri, alla società. Essere noi stessi diventa un compito, un’impresa. In realtà l’altra faccia di quest’idea di onnipotenza è la depressione. Vogliamo cose che non riusciamo a raggiungere. Ci sentiamo insufficienti, impotenti, stanchi, andiamo in panne. La nostra depressione – come suggerisce Alain Ehrenberg -, ci segna il limite tra il possibile e l’impossibile, traccia il confine dell’immanipolabile. Non possiamo determinarci a nostro piacimento. La depressione si affaccia quando scontiamo l’idea di una possibilità illimitata con la coscienza dei nostri limiti. Scopriamo che c’è un limite non padroneggiabile. C’è un margine di noi stessi che rimane immanipolabile. Come dice Alain Ehrenberg all’interno della persona c’è sempre un “lembo d’inconoscibile” che non può sparire del tutto. Il delirio di onnipotenza, ovvero partire dall’infinità di possibilità anziché dal rispetto per il lembo d’inconoscibile che portiamo dentro noi stessi, ci condanna non alla felicità ma alla depressione. STS – NEW AGE.
Tutto questo non ci avvicina affatto alla libertà. La libertà si dispiega nella ricerca di una fedeltà profonda a se stessi e alla propria esperienza. Quel che ci muove è l’idea di diventare migliori, uomini migliori, persone migliori. Ci spinge il desiderio di trovare in noi stessi e nelle nostre relazioni forme di umanità più profonde, più intense, più belle. Possiamo maturare, trasformarci, divenire qualcosa di nuovo, forse dare vita ad un mondo migliore ma non possiamo fare qualsiasi cosa e soprattutto non qualcosa che abbiamo programmato idealmente a tavolino. Una vera ricerca esistenziale ed una politica del desiderio partono non da una semplice mancanza che si può colmare a piacimento, ma da una condizione accettata di incompiutezza intrinseca alla nostra parzialità e originalità e alla nostra dipendenza dagli altri, così come da una nostalgia del futuro. “Il y a toujours quelque chose d’absent qui me tourmente” scriveva Camille Claudel, in una lettera a Rodin. Così anche per noi c’è sempre qualcosa di assente che ci tormenta, qualcosa che ci incanta, che ci impedisce di bastare a noi stessi e ci spinge a cercare ancora per noi e per gli altri. Si tratta di un desiderio vitale di fondo, di una tensione e di un’apertura senza determinazioni prevedibili. Noi possiamo mantenere una tensione ideale, un orizzonte di senso, una direzione interiore ispirata a qualcosa di non ancora raggiunto. È la disponibilità verso qualcosa che non conosciamo, che è più grande di noi e che è sempre appena di là da venire. Una direzione o una danza che si balla assieme ad altri piuttosto che una meta raggiungibile da soli. Qualcosa che lascia spazio appunto alla relazione, all’ascolto di sé, all’imprevisto, al caso. Un desiderio di cui non possediamo un’immagine.
In fondo, per diventare più umani noi stessi, per rendere più umano il mondo – come direbbe Raoul Vaneigem “non abbiamo bisogno né di preghiere né d’incantesimi ma di un senso più acuto della poesia vissuta” (Vaneigem, 1999, p. 108).
Ciao Michele,
… volevo anche ringraziarti per il tuo intervento alla nostra serata di lunedì: grazie di cuore per le tue parole, la tua passione e la tua profonda umanità.
Pur nella disorganizzazione, mi sembra che la serata sia riuscita bene, i commenti sono stati positivi e mi è dispiaciuto non continuare la chiacchierata venendo con voi alla pizza, ma ogni tanto devo anche ricordarmi della mia famiglia!!! ho un marito molto comprensivo, ma con quattro figli a volte è un po’ complicato riuscire a conciliare tutto!
Mi farebbe piacere, una volta conclusa la camapagna referendaria, poter organizzare un incontro in cui parlare di cosa fa il forum della pace e delle vostre iniziative, averti di nuovo ad ala.
Grazie ancora.
ciao. Fedele