lunedì, 18 gennaio 2021
20 Novembre 2009
mercoledì, 29 dicembre 2010
23 Novembre 2009Riunione straordinaria del Consiglio Provinciale. All’ordine del giorno la nomina del Presidente del Consiglio Provinciale dopo le dimissioni di Giovanni Kessler. Passaggio delicato di per sé, ma complicato dal bisogno delle minoranze di alzare il tiro e di avere garanzie sul lavoro d’aula anche alla luce dei primi due anni di legislatura e alle modalità di interpretazione del suo ruolo da parte del presidente uscente. A cui si aggiungono, in una maggioranza che non sa costruire un proprio disegno unitario, logiche rivendicative di (per quanto piccole) posizioni di potere.
Né le une e tanto meno le altre potranno inquinare una pagina importante nella vita del Consiglio Provinciale: l’elezione di Bruno Dorigatti a Presidente dell’assemblea legislativa. E’ questo un bel segnale, di una politica che sa ancora dare buona prova di sé. Non voglio cedere alla retorica, ma Bruno è un operaio che diventa Presidente del Consiglio, contro ogni previsione, contro ogni logica di casta, contro ogni discriminazione di censo. Quando legge il suo primo intervento da presidente viene fuori tutta l’emozione, l’umiltà dell’"università della vita" e insieme l’orgoglio di chi si è trovato a camminare sempre in salita.
Sono felice di questa elezione, l’ho proposta a dispetto di altre designazioni, è diventata la proposta del gruppo e della coalizione. Ed oggi è realtà. Vuol dire che valeva la pena essere qui.
Ma mentre la politica tira fuori una prova di orgoglio, colgo anche una distanza crescente fra quest’aula e quel che accade fuori di qui. Un milione di donne e uomini che nelle piazze di questo paese, domenica scorsa, chiedono dignità. Lo scossone è forte, la politica dovrebbe rifletterci. Prima di loro milioni di persone nei paesi arabi pongono esattamente la stessa rivendicazione – la dignità – in condizioni peraltro ben più difficili e accade quel che nessuno solo qualche settimana prima non si sarebbe mai aspettato: una moderna rivoluzione democratica cambia il corso della storia.
In un caso e nell’altro la politica che c’è fatica a sintonizzarsi. E le due cose – da una parte all’altra del Mediterraneo – non sono in dialogo. Tanto che mentre in Egitto e Tunisia una nuova generazione di donne e uomini facevano saltare gli equilibri più consolidati, in Italia non si è mossa una foglia, come se il carattere a-ideologico di quella rivoluzione fuori dagli schemi venisse guardato con sospetto.
Eppure le due sponde del Mediterraneo parlano un linguaggio affine. Occorre un pensiero, uno sguardo lungo, una politica disposta a mettersi in gioco. Ah, dimenticavo. Poco dopo le otto del mattino così mi ha scritto Ezio da Tunisi: «Ciao Michele, sono in Tunisia e ieri sera ho sentito, in parte, il ministro Maroni: sono esterefatto. Ho provato, io italiano, disappunto (rabbia) per le prole che ha usato nei confronti dei tunisini. Ho subito chiamato Loretta per rassicurarla: la Tunisia non è nel caos, come dice Maroni, sono le sue dichiarazioni a "mettere in difficoltà" chi opera in Tunisia. Ciao Ezio P.» Credo non servano commenti.