martedì, 9 marzo 2010
9 Marzo 2010
La vela sul Garda
mercoledì, 12 settembre 2012
11 Marzo 2010
martedì, 9 marzo 2010
9 Marzo 2010
La vela sul Garda
mercoledì, 12 settembre 2012
11 Marzo 2010

mercoledì, 10 marzo 2010

Tante cose da segnalare. L’incontro al Forum con una classe quarta del Liceo Rosmini, la conferenza stampa di presentazione della settimana di iniziative che abbiamo chiamato "Officina Medio Oriente", la riunione per il programma Seenet 2 (sviluppo locale e turismo responsabile nei Balcani), la manifestazione di esposizione della bandiera tibetana in Regione in occasione del 51° anniversario dell’insurrezione del popolo tibetano, la riunione del Consiglio direttivo del Progetto Prijedor ed altro ancora.

Ma l’incontro su cui mi voglio soffermare è quello che ho verso le 13.00 a San Michele all’Adige con Gianbattista Rigoni Stern e Giovanni Kezich. Il primo ingegnere forestale (e figlio di Mario Rigoni Stern), il secondo direttore del Museo degli usi e costumi della gente trentina. Qualche giorno fa Gianbattista mi aveva chiamato per avere un colloquio sulle attività di cooperazione sulle quali sta lavorando a Srebrenica, in Bosnia Erzegovina. Nei mesi scorsi si è ritrovato ad accompagnare Roberta Biagiarelli nel progetto di cooperazione culturale che sta svolgendo nella città bosniaca e dunque eccoci qui, davanti ad un piatto di "gulasch suppe", a parlare di cooperazione e a dargli qualche consiglio elementare: le comunità locali hanno i loro saperi, serve il confronto piuttosto che qualcuno che arriva in un posto a dire quel che si deve o non si deve fare; è necessario darsi il tempo per comprendere le dinamiche locali, osservare prima di proporre qualcosa, fare in modo che l’agire nasca dal confronto e che i protagonisti siano i soggetti locali; muoversi come comunità piuttosto che come singole persone o singole Ong, nell’obiettivo di costruire relazioni durevoli e per questo più inclini alla sostenibilità; considerare l’aspetto economico del finanziamento come importante ma non decisivo, nel senso che si possono avere grandi risorse finanziarie a disposizione e non combinare un fico secco, anzi danni. Cose semplici ma decisive. Vedo nei miei interlocutori sguardi attenti. Gli dico di lasciar perdere la Cooperazione italiana o la Banca Mondiale e di rivolgersi piuttosto alle loro comunità, ad Asiago, ad un Parco o ad un Museo, perché di questo si nutrono le relazioni.

"Vorrei usare quel po’ di denaro che viene dai diritti d’autore dei libri sulla guerra di mio padre per qualcosa di utile in un dopoguerra come quello bosniaco" e la cosa mi sembra molto bella. Ma è importante aver chiaro come muoversi, in primo luogo conoscere a fondo i contesti, per far sì che un atto di amore verso un luogo tanto segnato dalla guerra come Srebrenica possa effettivamente rappresentare un contributo per uscire dall’incubo in cui ancora sono. Regalo loro una copia di "Darsi il tempo" e spero possa loro servire. Vedo Kezich scorrere l’indice del libro con grande interesse. Poi mi dona una copia del film sul carnevale in Europa che ha realizzato anche con le maschere che provenienti dalla Croazia e dalla Macedonia. Com’è davvero piccolo il mondo.

Di questo parliamo anche nella riunione serale del Progetto Prijedor. Abbiamo fatto in questi anni cose davvero straordinarie, ma da un po’ questo luogo mi sembra angusto. Con il presidente Giuseppe Ferrandi ho una grande affinità, stiamo insieme provando a rinnovare lo spazio tanto sul piano del pensiero come delle modalità di azione, una nuova fase connessa ai comuni obiettivi di costruzione di una cittadinanza europea senza i quali l’azione umanitaria da sola non serve granché. Del resto, se qualcuno è alla ricerca di emergenze umanitarie oggi ne trova certo di ben maggiori altrove e quindi devono essere altre le motivazioni, altro il profilo. Ma ci sono nell’associazione resistenze culturali e tratti caratteriali che ostacolano da tempo questo processo e francamente non ho più voglia di perdere tempo con la cattiveria e l’ignoranza.

Ho dedicato a questo progetto un pezzo della mia vita, ricevendone tanto sul piano dell’esperienza e della conoscenza. Qualcuno in sala mi dice che il mio approccio è forse troppo avanti e in effetti per molte delle persone che sono qui conta di più l’aiuto che il cambiamento profondo (culturale e politico) che può venire da questa relazione in entrambe le comunità. Ricordo che già qualche anno fa dissi (un po’ provocatoriamente) in assemblea del Progetto Prijedor che dopo tutto quel che avevamo fatto in quella città ora avremmo dovuto concentrarci a presentare libri, come contributo alla rinascita culturale (e di una diversa classe dirigente). Tema che ritengo ancora oggi decisivo. Ma in buona sostanza abbiamo continuato ad occuparci di tutto, facendo così venir meno un po’ anche l’originalità di questa esperienza, la sua capacità di rinnovarsi e di continuare a "scandalizzare" come quando decidemmo di andare nella tana del lupo. La vita è fatta di parabole, è normale.

 

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