giovedì, 14 gennaio 2010
14 Gennaio 2010
lunedì, 6 giugno 2011
16 Gennaio 2010venerdì, 15 gennaio 2010
La riunione della Terza Commissione consiliare provinciale occupa l’intera mattinata. Sono previste le audizioni sul disegno di legge Bombarda che propone un pacchetto molto ampio di iniziative per far fronte ai cambiamenti climatici. Una proposta senz’altro condivisibile che rappresenta una sorta di manifesto dei comportamenti virtuosi sul piano della riduzione delle emissioni di CO2, quasi una legge quadro che attraversa diverse discipline salvo poi entrare nel merito di azioni specifiche fin troppo articolate e non so quanto realizzabili in assenza di un diffuso cambiamento di approccio culturale. Insomma, è necessario metterci mano per introdurre una gradualità di obiettivi, ma in ogni caso un contributo importante e utile.
Arrivano le associazioni imprenditoriali, compresa la Federazione delle cooperative, e… apriti cielo. E’ la summa dell’ipocrisia. Tutti a dire che effettivamente il tema del clima è cruciale, che il fallimento di Copenhagen corrisponde ad un atto di irresponsabilità dei grandi della terra, eccetera, eccetera. Ma quando poi si tratta di entrare nel merito delle scelte si comincia a dire che quel che può fare una piccola realtà come il Trentino risulta insignificante, che in un quadro di crisi economica non si possono porre limiti allo sviluppo, che se si vieta l’innevamento artificiale a quote inferiori ai 1.300 metri di altitudine va in crisi il settore turistico. Insomma, il nostro sistema di vita non è negoziabile.
Il consumo energetico pro capite descrive questa realtà, nella sua profonda iniquità ed irresponsabilità. In termini di Tep (Tonnellate equivalenti petrolio) il consumo energetico nel mondo è grosso modo così suddiviso: gli Stati Uniti sono a 8 tep pro capite, l’Europa è a 4,2, l’Italia a 2,5 e la Cina a 1,4. Questo significa che l’impronta ecologica (il peso di ognuno di noi sulla terra) non è uguale per tutti. E che dovremmo cominciare a considerare che ognuno deve fare la sua parte per rientrare nel proprio territorio "biologicamente produttivo". Tanto per capirci oggi l’Italia ha un’impronta ecologica quasi doppia (vedi scheda).
L’audizione prende una piega diversa quando sono ascoltate la Sat e le associazioni ambientaliste, evidenziando così una profonda spaccatura dentro la nostra stessa comunità. Nell’audizione dei rappresentanti dell’Università trentina viene messo in rilievo la situazione nella gestione del rifiuto umido che caratterizza la provincia di Trento, ovvero l’assurdità di non dotarsi di un sistema di biodigestori per lo smaltimento del nostro umido.
Viene a fagiolo, visto che il punto successivo all’ordine del giorno della Commissione è esattamente questo, in relazione alla petizione popolare contro la realizzazione del biodigestore di Lasino. Avevo detto più volte che la contrarietà alla localizzazione in località "Predera" avrebbe dovuto corrispondere all’individuazione di un sito alternativo, per evitare di cadere nella logica del "non nel mio giardino". Ma non solo di siti alternativi non ne vengono proposti ma anche sull’altra localizzazione provinciale, quella di Cadino, si è scatenata l’opposizione con tanto di raccolta di firme già consegnate al Consiglio provinciale. Così esprimo il mio disaccordo e questo sarà l’unico voto di astensione. A quanto pare, conta di più rincorrere il consenso che non il farsi carico dei problemi. Questa è la lezione e misuro l’incoerenza anche rispetto al confronto sul DDL sul clima: da una parte si dice che così non va e poi, di fronte alle spinte corporative (siano esse l’acciaieria della Valsugana o la questione "biodigestori"), le si rincorre. Questo modo di pensare la politica non mi piace affatto. La giornata non si ferma qui, ma ne parlerò a parte.
L’impronta ecologica. Scheda (tratta dal sito di WWF Italia)
Impronta ecologica è un termine con cui si indica il determinato "peso" che ognuno di noi ha sulla Terra. L’impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall’intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera.
Il metodo dell’impronta ecologica per misurare l’impatto pro capite sull’ambiente è stato elaborato nella prima metà degli anni ’90 dall’ecologo William Rees della British Columbia University e poi approfondito, applicato e largamente diffuso a livello internazionale da un suo allievo, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell’Ecological Footprint Network, il centro più autorevole e riconosciuto a livello internazionale.
Il metodo dell’impronta ecologica consente di attribuire, sulla base dei dati statistici di ogni paese e delle organizzazioni internazionali, un’impronta ecologica di un certo numero di ettari globali pro capite come consumo di territorio biologicamente produttivo. Il WWF utilizza dal 2000 il metodo di calcolo dell’impronta ecologica nel suo rapporto biennale Living Planet Report, commissionando a Wackernagel e al suo team il calcolo dell’impronta ecologica di tutti i paesi del mondo. Secondo i calcoli più recenti l’impronta ecologica dell’umanità è di 2,2 ettari globali pro capite, mentre quella dell’Italia è di 4,2 ettari.
L’Italia ha un’impronta ecologica (sui dati 2005) di 4.2 ettari globali pro capite con una biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, dimostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettaro globale pro capite. Nella classifica mondiale è al 29° posto, ma in coda rispetto al resto dei paesi europei. E’ di tutta evidenza che anche il nostro paese necessita di avviarsi rapidamente su una strada di sostenibilità del proprio sviluppo integrando le politiche economiche con quelle ambientali. Solo tenendo in conto la natura saremo in grado di fornire il giusto valore al nostro "benessere" e di procedere a politiche energetiche, dei trasporti, di uso del territorio capaci di rispettare il nostro straordinario Bel Paese, facendo fruttare al massimo i suoi elementi di qualità.
I paesi con oltre un milione di abitanti con l’impronta ecologica più vasta calcolata su un ettaro globale a persona, sono gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti d’America, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, l’Australia, l’Estonia, la Svezia, la Nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69° posto, ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2%) e il rapido sviluppo economico che la caratterizza giocheranno un ruolo chiave nell’uso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro.
Se tutti gli esseri umani avessero un’impronta ecologica pari a quella degli abitanti dei paesi "sviluppati" non basterebbe l’attuale pianeta per sostenerla: nel 2050 ce ne vorrebbero due di pianeti, se continuerà l’attuale ritmo di consumo di acqua, suolo fertile, risorse forestali, specie animali tra cui le risorse ittiche. Soprattutto nei paesi ricchi, quindi, dovremmo ridurre il nostro peso sull’ambiente e sulle risorse del Pianeta, così da ridurre la nostra impronta ecologica.