martedì, 5 gennaio 2010
5 Gennaio 2010
giovedì, 7 gennaio 2010
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mercoledì, 6 gennaio 2010

La Galilea in questa stagione, a dispetto dell’inverno, è verde come non mai. Un verde che assume diverse tonalità: quello intenso dei prati o dei campi di grano, quello argenteo degli olivi, quello macchiato di rosso dei fichi d’india maturi, quello che sa di mare delle macchie di leccio e quello improbabile dei pini che nascondono storie dolorose di villaggi distrutti. Come a Safuria, nei pressi di Nazareth, dove visitiamo quel che rimane del vecchio cimitero, ultima testimonianza degli "assenti" che un tempo non tanto remoto abitavano quel luogo, ora kibbutz.

Qui siamo nello stato di Israele. In Galilea la popolazione araba e quella israeliana – almeno sulla carta – convivono, ma la convivenza non c’è. I palestinesi nelle vecchie case delle città o nei villaggi rurali, gli israeliani nelle città nuove e moderne sorte nelle vicinanze. Società separate, che a mala pena si tollerano, chiuse ciascuna nella propria verità. Non c’è contaminazione, ma solo storie e narrazioni separate. E un rancore cupo, profondo, che il tempo non sembra affatto attenuare.

Nemmeno le istituzioni locali sono comuni. Tranne qualche rara eccezione, come nella città di Haifa. Ma a Nazareth c’è il municipio arabo e, totalmente separato, quello di Illit, l’altra Nazareth fatta di palazzi di venti piani. Le scuole sono separate, così le forme di organizzazione sociale, o le istituzioni della sicurezza (nel senso che polizia ed esercito sono rigidamente israeliani). Può sembrare strano, ma con la fine del comunismo sono scomparse anche le pochissime famiglie miste, quando l’ideologia era più forte dell’appartenenza nazionale o religiosa.

Incontriamo Ramiz Jaraisy, che di Nazareth è il sindaco. Avvertiamo tensione, in queste ore ci sono state aggressioni contro gli abitanti di un piccolo villaggio arabo e il sindaco stesso non più tardi di due mesi fa è stato oggetto di un attentato presso la sua abitazione, per lui senza conseguenze ma non per altri che lo accompagnavano. Entriamo nel vivo della nostra conversazione, ovvero l’idea di riconciliare quella terra con la vite. Progetto che lui conosce e condivide, il vino di Cana. Sapremo mettere insieme la loro storia e le nostre competenze?

Nel succedersi degli incontri, avvertiamo come qui, a dispetto della natura, tutto sia maledettamente difficile. Ripartire dalla "cultura terranea", ci diceva qualche mese fa Giuseppe De Rita di fronte ad un’economia ridotta ad un enorme casinò. Chissà se fra qualche tempo la terra di Galilea si arricchirà anche del verde antico della vite?

da Nazareth, 6 gennaio 2009

 

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