mercoledì, 9 dicembre 2009
9 Dicembre 2009sabato, 12 dicembre 2009
12 Dicembre 2009giovedì, 10 dicembre 2009
Il 10 dicembre 1948 venne firmata la Dichiarazione universale dei Diritti umani che indicava a tutti gli stati membri delle Nazioni Unite un codice etico di comportamento verso i diritti della persona. Così il 10 dicembre di ogni anno rappresenta la giornata dei diritti umani, il che suona un po’ retorico, come se del diritto individuale degli abitanti di questo pianeta ci si dovesse occupare ad una scadenza. Comunque è utile che almeno una giornata ci sia, se non altro per interrogarsi su come i diritti della persona vengono rispettati e tutelati nel nostro tempo alla faccia delle carte internazionali.
Oggi a Trento il tema dei diritti umani viene declinato nell’accesso all’acqua, grazie all’iniziativa dell’associazione Yaku che ha promosso una conferenza dal titolo "La rivoluzione dell’acqua" che fa perno attorno all’esperienza boliviana, invitando due dei protagonisti di quella "guerra" che dieci anni fa fermò la privatizzazione dell’acqua a Cochabamba, aprendo così simbolicamente una stagione di riscatto e di nuova speranza per l’insieme dell’America Latina.
Dopo una giornata intera passata in Consiglio Regionale a discutere sulla mozione della Lega nord che chiedeva l’esposizione nella sala consigliare di un crocefisso, trovare il teatro S.Marco pieno di gente per ascoltare la testimonianza dei protagonisti di quella lotta, rappresenta una boccata d’ossigeno. Che assume peraltro un valore politico pregnante in relazione alla recente approvazione da parte del Parlamento Italiano del Decreto legge 135 che prevede a partire dal 31 dicembre 2011 la privatizzazione della gestione dei servizi idrici.
Apro qui una piccola parentesi relativo al dibattito, si fa per dire, sul crocefisso. Perché il confronto assume i toni della crociata anti islamica, in un contesto di così profonda ignoranza delle culture religiose da rasentare la blasfemia. Vado dicendo da diverso tempo che è necessario prendere sul serio Umberto Bossi e che le sue uscite non sono affatto banali smargiassate ma, al contrario, altrettanti modi per interpretare le paure ed inverare lo "scontro di civiltà". Quando agli inizi di questo decennio il leader della Lega se ne uscì agitando "la battaglia di Lepanto" mi vennero i brividi. Troppe le assonanze balcaniche per non temere che l’opposizione contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea potesse nascondere l’inizio di una caccia allo straniero. In pochi lo presero sul serio, anche perché la conoscenza della storia è quella che è e di quel passaggio di tempo fra il XV e XVI secolo intorno all’egemonia militare nel Mar Mediterraneo la narrazione è stata quasi sempre unilaterale (una lettura fondamentale che vi consiglio è Fernand Braudel "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II", Einaudi).
Quello stesso passaggio di tempo vide la conquista delle Americhe, la cacciata dei mori e degli ebrei dalla Spagna, l’allargamento della denominazione ottomana fino alle porte di Vienna, Lepanto costituisce il baluardo e lo spartiacque della civiltà cristiana contro l’islam. Così, come già negli anni ’90 la battaglia di Kosovo Polje nella simbologia nazionalistica della Grande Serbia, la storia veniva usata da questi apprendisti stregoni come clava per uno scontro che di civile non ha davvero nulla. Il crocefisso diventa così un’arma e i leghisti i nuovi crociati. E dunque non è affatto casuale che negli interventi degli esponenti del Carroccio e della destra sudtirolese riecheggino le grida dell’identità cristiano giudaica dell’Europa o, ancor più grottescamente, dell’identità "cristiano occidentale". Da brivido.
Nella serata sull’acqua a cui partecipo come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani l’attenzione è vivissima, in primo luogo verso le testimonianze dei protagonisti di quella "rivoluzione" e verso le parole di padre Alex Zanotelli che, nel suo intervento, riprende quella maledizione biblica verso quanti sostengono la privatizzazione dell’acqua. Più di duecento persone ascoltano le parole dei relatori con un’intensità particolare, quasi che domattina dovessimo scendere in piazza e fare le barricate così come avvenne a Cochabamba dieci anni fa. Avverto il disagio di un contesto irreale, quasi che la storia iniziasse ogni volta daccapo, come se la politica fosse appannaggio esclusivo di interessi sordidi, come se la stessa autonomia che oggi ci mette in una certa misura al riparo dallo stesso decreto legislativo fosse piovuta dal cielo e non fosse espressione di una cultura di autogoverno profondamente radicata quand’anche da tenere viva e da mettere alla prova.
Nel mio intervento provo a testimoniare come in Trentino la politica stia correndo comunque ai ripari, nel garantire la gestione pubblica dell’acqua e dei servizi idrici, ma è come se ci fosse una diffidenza profonda quanto preconcetta. Le mie parole vengono applaudite in maniera significativa nonostante affermi cose un po’ diverse dall’esortazione che bolla le Società per azioni e la presenza dei privati nelle multi utility (seppure in larga minoranza come avviene in Dolomiti Energia che controlla una parte importante del servizio idrico in Trentino). Non ho il tempo per spiegare come la nascita di questa società corrisponda alla riappropriazione da parte della comunità trentina della produzione di energia elettrica prima appannaggio dell’Enel e della complessità della partita che si è giocata due anni orsono. Non mi piace la descrizione del mondo in bianco e nero.
Al tempo stesso i presenti s’interrogano giustamente sul futuro, un bisogno vero di partecipazione che evidentemente la politica (ma anche l’associazionismo) fatica ad interpretare. E su questo occorre assolutamente interrogarsi, per evitare che con l’indignazione cresca anche l’impotenza o, peggio ancora, l’antipolitica.
C’è una forte richiesta di rivedersi, anche di verificare se il Trentino sa essere davvero diverso rispetto al resto del paese. Che richiede attenzione e risposte concrete. Già la prossima settimana, in occasione della discussione sulla Finanziaria, l’ordine del giorno di cui sono primo firmatario sarà sottoposto al voto del Consiglio Provinciale. Non credo ci saranno sorprese, ma il problema va oltre e cioè alla coerenza di comportamento che riusciremo ad imporre alla Dolomiti Energia nel quadro delle sue relazioni societarie e imprenditoriali. Misureremo anche in questa partita la nostra capacità di riaprire canali di dialogo fra politica e società.