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venerdì, 11 marzo 2016

Stamane la conferenza di informazione promossa dal Consiglio provinciale sulla Linea ad alta capacità/velocità "Monaco Verona". La richiesta è stata avanzata dai capigruppo della maggioranza in Consiglio provinciale per dare trasparenza alla progettazione e alla sostenibilità di un’opera che dovrebbe impegnare investimenti pubblici di enormi proporzioni almeno fino al 2025.

Non ho preclusioni di principio verso tale realizzazione, il trasporto su rotaia è tradizionalmente nei cuori della sinistra anche se questo non è che significhi più di tanto, la riconversione del trasporto su gomma è un’opzione tutt’oggi valida e da sostenere.

Ma qui ci sono in ballo alcuni aspetti niente affatto secondari. In primo luogo la giustificazione di una simile opera. Dire quali saranno i flussi del trasporto merci nel 2030 è un’operazione di stregoneria, considerato che gli economisti non sono riusciti nemmeno a prevedere la crisi finanziaria scoppiata nei mesi scorsi. La crisi ha fatto diventare realtà la decrescita, non quella "serena" di cui parla Latouche, con gli effetti perversi di una scelta non voluta e dall’impatto tragico per milioni di persone. Vengono mostrati dei grafici che si possono sgonfiare con un soffio di vento. E poi, se ci fosse la volontà politica di spostare le merci dalla gomma alla rotaia, si potrebbe farlo sin d’ora.

In secondo luogo si pone un problema di impatto ambientale. Scavare le montagne non è indolore ma può anche starci. Proporre un’opera come la galleria di base Fortezza Innsbruck di 55 chilometri e tutte quelle minori (solo in Trentino 86 km) è qualcosa di diverso, è una sfida alla natura, e se non altro sarebbe utile interrogarsi sulle incognite e sul senso del limite. Quando poi si progettano canteri ventennali che vomiteranno dalle viscere della montagna milioni e milioni di tonnellate di metri cubi di materiale che andranno fortemente ad incidere sulla vita delle comunità che risiedono in prossimità dei cantieri, non si tratta di un danno temporaneo ma qualcosa di più, un pezzo di vita delle persone. In terzo luogo, una domanda semplice semplice: perché si prevedono investimenti faraonici e non si mette mano alla rete ferroviaria esistente, in grave sofferenza?

Ascolto le prime relazioni ma le previsioni sono così indeterminate che dopo un paio d’ore mi alzo e me ne vado. Nemmeno l’intervento iniziale del professor Innocenzo Cipolletta riesce a scaldare i cuori. Se penso a com’è ridotto il sistema ferroviario in questo paese (o abbiamo dimenticato i morti di Viareggio dell’estate scorsa?), a come sono ridotte le linee di comunicazione al sud di questo paese, all’assurdità di opere come il ponte sullo stretto quando la "Salerno Reggio Calabria" è un vero e proprio incubo di cantieri aperti ed abbandonati, se penso alla demagogia che si fa sui corridoi e su un’integrazione europea che va a ritroso… se penso che abbiamo appena portato a casa una legge sulle filiere corte e l’educazione al consumo consapevole, beh, credo che forse sarebbe utile un ripensamento. Non sull’opera in sé, ma sul modello di sviluppo che abbiamo in mente per il futuro.

Nel breve tragitto fra la Fondazione Bruno Kessler e le Acli dove ho un appuntamento alle 12.30 incontro qualche persona amica, Gigio Calzà, Giorgio Santomaso, Vittorio Cristelli. E mi rendo conto di quanto sia difficile percorrere senza farsi del male il crinale fra l’imbarbarimento in corso nel nostro paese e il governo della nostra autonomia. Faccio vedere a Gigio il progetto del "Café de la Paix", lui sa quanto sia tenace nelle cose in cui credo, e sorridiamo insieme al pensiero che ne avevamo parlato un decennio fa. Proprio questo è l’argomento che affrontiamo alle Acli, realtà che intende coinvolgersi nell’idea. Alle 13.00 un veloce "pranzo di lavoro" (quello "che non aveva" il caro Fabrizio e che mi tocca di avere) per il progetto "Politica è responsabilità" (a breve ne parleremo diffusamente) e poi alle 14.00 il Gruppo consiliare. Parliamo della nostra coesione come gruppo ma non è solo una questione di correttezza dei comportamenti, ci sono distanze che andrebbero se non colmate almeno affrontate. E nonostante le mie reiterate richieste di approfondimento, ognuno di noi si muove come meglio crede. Almeno riusciamo a socializzare le intenzioni di ciascuno sulla finanziaria.

Finisce il gruppo e mi metto a scrivere il pezzo sulla scuola per il Corriere del Trentino di domenica, spero di non andare troppo contro corrente. C’è fra la nostra gente una forma mentale che è difficile da modificare. Spero solo di non essere io completamente fuori. Viene sera e mi aspetta ancora un po’ di lavoro, ma il limite per fortuna s’impone.

 

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